20 Novembre 2004 -

Un’insolita Raiamagra

Delle nostre ascensioni alla Raiamagra abbiamo ormai perso il conto. Sono state tante, si per la centralità del monte, sia per la bellezza della mulattiera che la risale da ovest. Stavolta, tuttavia, quasi per caso, ci siamo avviati dall’altro versante, sospinti dalla certosina ed analitica conoscenza di Roberto, una tantum non lupo solitario. Splendeva il sole, almeno alla partenza e dispensava dorate promesse ai 32 partecipanti di quella che per noi è la Grande (!) avventura domenicale. Ma scesi dall’auto, avemmo appena il tempo di appoggiare lo sguardo sulle morbide e sensuali groppe contornanti il piano di Laceno, ove come residua lacrima brillavano gli argentei resti di un lago solo in altri tempi degno di questo nome, avemmo appena il tempo dicevo, prima che una gelida tramontana ci trafiggesse le reni e ci costringesse a ripararci presso il caminetto dell’Hotel La Lucciola. Superato lo sconcerto e munitici di panni più grevi (non mancavano peraltro le solite cicale in braghe di tela, soccorse peraltro in deroga al verbo di Lafontaine, da più provvide e ben fornite formiche) riguadagnammo lo scoperto,ma non sì che paura non ci desse la vista che ci apparve di grevi nuvoloni che la sullodata tramontana sospingeva dalla loro fiera patria di origine,ovvero dai famigerati Balcani. L’unica concessione che facemmo all’emergenza fu quella di disertare il Calvello (troppo rigido siccome in prima linea rispetto al versante adriatico) e ripiegare sulla seconda linea costituita appunto dalla Rajamagra. Comunque sferzati dal vento ne risalimmo il versante est, zigzagando lungo una vecchia mulattiera cosparsa degli abbruciati residui di un barbaro incendio estivo. Il nero dei residui carboniosi si confuse presto con le bianche striature della guazza e della galaverna; più in alto ancora il verglas mise a dura prova il nostro equilibrio, ma per fortuna l’erta era divenuta meno acclive. I due cani della comitiva nell’inseguirsi festosi ogni tanto si esibivano in fantasiose derapate. Carlo Pisacane, personaggio storico del nostro CAI, lui pure in braghe di tela, dopo aver eroicamente rifiutato una maglia di riserva proffertagli, ascendeva cantando. Una punta di delusione almeno per i più “puri” fu quella imbatterci ben presto nella stazione di arrivo della seggiovia Quivi solo il ventre molle della comitiva cercò un breve ristoro, ma fu presto richiamato all’ordine dai duri. La purezza fu premiata: man mano che abbandonavamo il versante est del monte per procedere sulla dorsale ben esposta a sud, il sole si fece strada fra le nuvole e le ridusse a due grossi zeppelin veleggianti lungo i latistanti solchi vallivi. Si scoprivano innanzi a noi, rossobruni di pennellate autunnali, i dolci fianchi della Scannella, la cresta della Licina e più oltre, verso sud est la maestosa mole del Polveracchio, cortina imponente, ma non tale da privarci della vista del mare e della punta Licosa. Alla nostra destra il giogo gemellare dell’Accellica, blu scuro nel contro luce, ma tuttavia striato qua e là dall’argento di una magra neve. L’inattesa strenna del sole ed i soffici prati sommitali tentarono i più agli ozi della sosta e comunque ci distolsero dall’intera traversata della dorsale. Con soluzione di compromesso, respinta l’idea di un prematuro bivacco, si fece dietro front e rotta di nuovo ad est. Il rifugio-ristorante fu però bypassato ad evitare peggiori e inammissibili tentazioni. Ancora qualche traccia di neve ghiacciata e quindi la faggeta che il vento andava spogliando delle sue “novissime” (leggi ultime) foglie. Virando ancora di 45 gradi, una rampa verde e ad aperta al cielo ed al sole ci invitò alla discesa che intraprendemmo festanti. Là dove il luogo diventava più rotondo e meno acclive, però, non ci fu più modo di trattenere il branco. Unanime fu la trasformazione della festa in un’agape. Col sole in fronte e quasi a contatto con la corona di monti che già sopra avevamo distinto ed enumerato nei suoi componenti, panini, vini ed anche l’acqua sgorgante da miseri contenitori di plastica diventarono nettare ed ambrosia. Il vorace Forrest, di pura razza canina, festeggiò a suo modo aspirando da uno zaino incoscientemente aperto un intero pacco di biscotti farciti. Dovemmo pur scendere: con millimetrica precisione il nostro conduttore ci fece calare sullo stradone di Valle d’Acero, nei pressi del Colle del Leone. Cercammo infine di ritardare il distacco bevendo il vento, ritrovato nel solare spazio del Piano dell’ Acernese……