5 Dicembre 2004 -

Alla Carcara D’Alessio

Un inatteso muro di nebbia che prima occhieggia dal foro terminale della galleria di Serino e poi si materializza tutto intero, si attenta ad ispegnere gli entusiasmi della eletta compagnia che ha appena lasciato alle sue spalle un promettente mix di azzurro e striature di alte nuvole bianche sul versante salernitano. Dalle ombre, presso il bar dell’appuntamento, emergono colorati fantasmi. Li incito a ripartire, millantando che in alto c’è il sereno. Vacche vaganti spuntano all’improvviso dalla bruma: le evitiamo con sapienti slalom. Impercettibilmente ma sensibilmente l’occhio acquista profondità ed all’esito del più ampio tornante appare lei, l’Accellica regina, appena coronata da un allungato strascico che il vento le ha solllevato fin sopra il capo. Ormai sicuri della buona sorte della giornata trapassiamo faggete di pura ruggine, cui fanno seguito le gialle oasi degli aceri. Ma sono ancora verdi ed appetibili per le giovenche i prati di Ischia e Campolaspierto. Sul secondo scendiamo padroni. Il pianoro è ancora deserto e chiuse sono le baracche del Bucaneve e dei cavallari. Questi ultimi arrivano dopo, trascinando le loro bestie su grigi carrozzoni. Ma noi piantiamo baracche e cavallini (destinati entrambi ai turisti della domenica) per inoltrarci nel “Campolo Spierto”( tale era il nome originario del sito) che tanto campolo non è ma una ellisse lunga e larga che sembra protendersi verso l’ignoto tra morbide goppe e faggi svettanti. Conosciamo bene peraltro l’erta di terreno color cioccolato, guarnita come un torrone di sassi bianchi, che ci porta ad un ameno balcone da cui potremo ancora una volta contemplare Lei, l’Accellica, che da qui si presenta come un libro appena dischiuso. Più su il poggio del rifugio degli Uccelli, solida opera di pietra a facciavista, collocata ai piedi ed a guardia dei sovrastanti valichi che scandiscono le tre cime del Ter-minio. Una brevissima sosta e via nel vialone che si inoltra deciso verso nord, teatro di innumeri volate sciistiche esaltate da bizzosi saliscendi. Qui cadde Pasquale, qui sacramentava Vittore Sasso di Feltre, rimpiangendo i biliardi delle lisce piste del suo Paese, qui il Cavaliere Landi decise di dirottare il gruppo stimando troppo lungo la traversata, qui FPF decise indomito di andare avanti, seguito dalla ruzzolante Carmela e dai moschettieri Tisi e Campolongo, qui Anna, sposa di un Corradino immancabilmente biondo e di gentile aspetto, precipitò faccia a terra sulla neve dura e si rialzò con un’apparente maschera di sangue (per fortuna era solo l’esaltazione di un pigmento degno di Heidi) qui…..qui tutto! Rievoco per i miei compagni di oggi le glorie di ieri, incitandoli alle nuove e reiterate avventure di domani. Volenti o nolenti mi ascoltano…ma… molti sono i chiamati e pochi gli eletti….. Tra una rievocazione e l’altra siamo al secondo rifugio: la vicina fontedell’acqua delle Logge tiene la sua mormorazione, borbotta, suppongo, per le taniche di plastica e gli attrezzi che sacrileghi tagliaboschi le hanno addossato. Caliamo ad est, in una rotonda valletta dove i faggi cedono il passo a mediterranei scopettoni di ginestre. Lo stazzo è abbandonato, ma testimonia con le sue lamiere ed i suoi montanti di legno compensato e plastica, esso pure, lo scarso senso estetico dei montanari del sud. Il cono sassoso della Cardara è sopra di noi tutto intero. Lo aggiriamo per sentieri infestati di rovi e cespugli secchi, in ordine sparso. Io e Benito da sud, Gennaro Liliana e Giovanni dalla dorsale ovest, Pasquale e Miriam non si sa da dove. Ci ritroviamo in vetta, tutti e 21, in un contesto un po’ lunare, siccome cosparso di massi affioranti. Fin quassù i due colossi della mountain bike che ci avevano preceduto alla partenza hanno trascinato la ferraglia dei loro veicoli. I giovani ed apostolici direttori di gita: Pietro e Paolo(!) ci fanno brindare soddisfatti per la loro prima conduzione. Onore al merito! La piana del Dragone è sotto di noi, ampia e verde: occhieggia al suo margine il laghetto della Bocca del Dragone, inghiottitoio carsico ove confluiscono tutte le acque della conca. Adunco a borea si staglia il Tuoro di Chiusano, avamposto settentrionale dei Picentini, a nord ovest il Partenio, ad ovest il Vesuvio. Non da qui ma, di poi scendendo, vedremo da un tornante, inattesi, persino il Monte Faito ed un tratto del golfo napoletano, rendendoci così conto che la terra è rotonda. La discesa è lunga e spesso avvilita dall’asfalto. Ci riservano un’ultima gratificazione il diroccato convento fortezza di S. Michele posto in alto su Volturara e la discesa al paese, sul quale precipitiamo affondando su crepitanti tappeti di foglie di castagno. Ci accoglie il vecchio borgo con i suoi lindi vicoli arroccati sulle ultime pendici del monte, cui fa da singolare contrappunto la piazza ottocentesa del paese fregiata da civici palazzetti e da una monumentale chiesa madre. Salutiamo euforici gli indigeni che si accingono al passeggio serale e/o alla Messa vespertina sotto la luce di moderni lampioni. Tutto è già passato…….Non resta che la fastidiosa incombenza dell’ organizzazione delle auto navetta per gli autisti che devono riprendere i veicoli lasciati sull’altro versante (Campolaspierto-Serino)