12 Dicembre 2004 -

Sieti, la sua valle ed i suoi monti:  dove il mondo non finisce

La sensazione per chi si addentra nella valle del torrente Prepezzano è di andare incontro ad una muraglia invalicabile, quella dei Mai e della loro lunga propaggine laterale, che si spinge ad est per saldarsi con groppe non interrotte di monti, inesorabilmente incombenti. Gli avamposti del muro costituiti dall’articolato complesso Leggio-Facciomme da un lato e dal M. Cuculo e dai Licinici dall’altro, aumentano il senso della chiusura; nemmeno puoi volgere lo sguardo indietro per ricercare lo spazio aperto del mare, poiché te lo vieta il Monna, minaccioso e gigantesco.

La strada si inoltra serpeggiando tra valli e vallette e la sensazione della “finis terrae” è aumentata dalla consapevolezza che essa non proseguirà oltre Sieti di sopra. Il traffico infatti scema e si annulla e la pace di un borgo antico ti accoglie. Nella piazza, di fianco alla chiesa parrocchiale, un tiglio secolare (“‘a teglia”) chiama a raccolta cittadini e forestieri. L’incontro di oggi (domenica 12.12.2004) è quello del primo di quei cittadini, il solerte sindaco di Giffoni Sei Casali, ed il numeroso gruppo della Sezione di Salerno del CAI, diretta al Monte Lieggio. Scambio di saluti e di voti; si parte. Ma per dove?  Tra le graziose case del reticolo medioevale del paese e le balze degli uliveti non è dato scorgere cime. Occorrerà districarsi con pazienza fra le reti distese ad attendere la caduta dei  frutti sacri ad Atena e le chiudende dei campi per acquistare finalmente la piena aria di un ameno poggio. Qui comincia il rosario delle spiegazioni per i neofiti e i distratti. “Si, quella è proprio l’Accellica, non vedi la caratteristica guglia del Ninno? E di fronte il Terminio, con la sua mole possente e le sue appendici della Serra del Caprio e del Lacerone. E i Mai naturalmente con le loro serre appena incise dal valico della Colla.”

La luce dorata e tersa della splendida giornata di un inverno sin troppo mite esalta lo spettacolo e spinge l’occhio lontano. Ma non è tempo di indugi. Guadagniamo finalmente l’area del castagno, sul lato est del Lieggio, avendo a destra, in basso, le fabbriche gemelle di S. Maria a Carbonara. I rintocchi delle sue campane ci sospingono nella salita che diventa sempre più dura, svolgendosi su sentieri malcerti, ad onta della segnatura diligentemente profusa da Sandro Giannattasio “genius loci” e direttore di escursione. Il problema  principale è costituito dalla sovrabbondanza di ramaglie, insidiose sia dal basso, siccome trabocchetto celato sotto il tappeto di foglie, che dall’alto, siccome pendenti offendicoli. E l’offesa si materializza. Un alberello apparentemente innocente, ma tarato al suo interno, si spezza al passaggio dei primi e con uno schiocco sinistro precipita sulle chiome corvine di Valeria. Rintronata dal botto e subito insanguinata, la sfortunata caina riceve dai consoci i più immediati soccorsi. Sarà quindi subito riaccompagnata a valle per interventi più tecnici e per ogni opportuna verifica sanitaria. Ad un tempo troppo vivaci e troppo tristi rimangono quelle chiazze di rosso sparse sui toni moderati e caldi delle foglie brune dei castagni.

Si deve comunque proseguire non perché “the show must go on”, ma perché un  primo gruppo ignaro era già innanzi e va raggiunto e indirizzato. Seguiremo via cellulare le vicende di Valeria e saremo poi rassicurati circa il suo felice (?) ritorno a casa dopo una rapida escursione all’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona.

Usciamo dal  fitto del bosco per affrontare quelle  groppe che si susseguono per formare  il movimentato complesso sommitale della montagna; forse di qui il nome di Facciomme, ma Lieggio, poi, perché? Lasciando sospeso l’interrogativo avanziamo verso nord; un ultimo bosco reca le offese di un recente taglio. Usciamo quindi in un’ampia sella dalla quale con radicale inversione di marcia volgeremo a sud  su malagevoli sentieri, tra  le asperità delle roccette e l’insidia della falasca. Se ne potrebbe fare pure a meno, poiché la via del ritorno è in direzione opposta, ma la cima ci chiama irresistibilmente. Ora a destra, ora a sinistra evitiamo le asperità maggiori, sempre più attratti dalla pienezza della luce.  Due sono le vette più alte,  piccole aree di accoglienza per il numero di quelli che le hanno agognate e scogli ancor più piccoli a fronte dell’immensità del cielo. Ci appollaiamo alla meglio, dimentichi degli spazi del suolo e dell’ingombro dei corpi, per rivivere l’eterno stupore della cima, sempre nuovo ed inesauribile per chi sente la religione della montagna.  I massicci più elevati che da basso chiudevano ogni orizzonte sono finalmente ridimensionati a fratelli appena maggiori, senza nulla perdere della loro maestà. Così il roccioso Terminio, gli articolati Mai, la singolare Accellica. Ma la famiglia è cresciuta: i Lattari con la triplice cima di S. Angelo a Tre Pizzi, appena schermata dal Finestra, il Vesuvio da un lato; dall’altro la dorsale appena emergente del Cervialto, il Polveracchio, gli Alburni ed in fondo il Cervati. Prepotente lo specchio infinito del mare cerca di monopolizzare ogni sguardo e amplifica e raddoppia la luce e l’azzurro.

Scendendo a valle per  i nuovi ed interminabili sentieri che circondano dalla parte occidentale il monte,  presteremo poca attenzione ai loro pur non trascurabili aspetti (qui eretti pinnacoli, qui misteriose fenditure della roccia,  qui piccole sorgenti chioccianti, in lontananza strane fosforescenze di reti verdi sotto gli ulivi) perché saremo ancora abbagliati negli occhi ed ubriachi  nel cuore dalla sovrabbondanza di quella luce di quell’azzurro.

Su tutto una consapevolezza: la valle di Sieti non è dove finisce il mondo, ma dove comincia un mondo nuovo ed immenso.