31 Dicembre 2004 - Cronache Picentine
(Sci-escursionismo- Circuito della Raiamagra)
La nostra attività di sci escursionismo si accontenta di poco. Non solo niente piste, niente percorsi attrezzati, niente rifugi, ma spesso anche poca neve: giusto quei cinque centimetri che ti consentono di scivolare fra i rami e le pietre che sono le bandierine del tuo slalom. Ma quelle volte che neve c’è in abbondanza e pende dagli alberi a festoni e crea un tappeto così spesso da cancellare veramente tutto e rendere persino piacevoli le eventuali cadute, allora si che il godimento è pieno.
Però, c’è sempre un però: quando la neve è tanta, quando costituisce una doppia trapunta sotto gli sci, quando lascia pendere dagli alberi frutti ricchi e golosi…proprio allora ti si infila immancabilmente nel colletto. Tu sottopassi estasiato gli archi a tutto sesto formati dai rami piegati sotto il peso del bianco elemento e quello alla minima scossa, alla minima carezza del capo o della spalla sfiocca, sapientemente centrandoti la cervicale e la successiva parte di spina dorsale. Che tu abbia la giacca a vento o no, che tu abbia una maglia ermeticamente chiusa o no, non importa, la neve sa trovare la via. Del resto, se tu l’ami lei non può che cercare di fondersi con te.
Questi pensieri e queste esperienze hanno accompagnato la nostra ultima cavalcata sulla neve del 2004. Il classico circuito della Raiamagra, affrontato da un ridotto ma valido gruppo di irriducibili sciescursionisti. Avevamo atteso fino al 31 dicembre sperando nel miglioramento delle condizioni meteo e l’aurora, sul mare, prometteva effettivamente bene. Invece, appena entrati nella valle dell’Irno, gli spessi cumuli .grigi che avvolgevano il S. Michele ed il Terminio, ci avvertirono della realtà. Dai millecento metri in su un muro insolubile di nuvole e nebbia. Così sul Laceno: aperta e bianca la pianura, nascosti da potenti cortinaggi il Cervialto e la Raiamagra. Rotta a sud, allora, sulla scia di un vago chiarore. Piano dell’Acernese e Piano dei Vaccari ci tentano con spazi agevoli ed apparentemente sconfinati, ma proseguiamo risalendo il piccolo valico di Colle del Leone, ansiosi di affacciarci sull’altra valle, tante volte percorsa, ma che ci fingiamo sconosciuta. Al bivio sommitale, quasi per caso, optiamo per la destra, lungo il versante meridionale della Raiamagara. I faggi si infittiscono e ci tallonano da presso, le loro propaggini pendenti iniziano a benedirci nei colletti. Il piccolo e tondeggiante poggio che è presso la Fossa del Caprio segna un ulteriore grado di introduzione nel cuore della montagna. Non più squarci ed aperture verso forre e valli sottostanti o fronteggianti pareti, ma bosco, bosco e solo bosco. Dritti ed ordinati sono i faggi, alti fino a toccare un cielo che noi non vediamo, siccome precluso dalle nubi. Queste si trasformano in nebbia nel grande piano di Valle d’Acera, le cui dimensioni, perciò, non possiamo questa volta apprezzare. Il vento che si infila dall’opposto varco della Pica racconta ancora la storia dell’antico scontro fra briganti e guardie nazionali e vorrebbe respingerci. Noi invece proseguiamo, non scoraggiati nemmeno dall’erta che incide il versante ovest della Raiamagra. Decidiamo infatti di circuirla secondo un percorso ben noto, ma sempre nuovo ed affascinante. Il fascino della Loggetta, ovvero della vista sull’Accellica, ci viene peraltro negato dai persistenti muri grigi. Via allora, curvando subito ad est e guadagnando l’ebbrezza delle discese. Ebbrezza talora eccessiva quando le pendenze si accentuano. Qualche scalettamento, qualche frenata sulle accoglienti sponde laterali e perché no, qualche tuffo in stile libero e tutto passa. Tutto passa e passano pure sempre più frequenti fra collo e camicia i contributi nevosi. Infatti, grazie all’esposizione del versante, siamo ormai in una foresta meravigliosa di grappoli bianchi, più ricchi delle acacie, più fantasiosi dei glicini, più festosi dei maggiociondoli. A tratti però si affaccia alla mente un’immagine opposta: quelle masse di bambagia accucciate sui i rami non assomigliano pure a medicamenti ospedalieri ? Con il cuore stretto da questo paragone e più ancora dalla presenza dell’immane catastrofe naturale di questi giorni, che quell’ accostamento stesso ha verosimilmente evocato, proseguiamo egoisticamente distratti dal giuoco delle curve e delle discese. Il poggio dei tre tornanti, quello di Diana con la sua nicchia, quello di Vallepiana. Caliamo felici sulla sua rotonda arena, ma con il presagio della fine. Le emozioni dell’escursione sembrano volgere al termine, così all’improvviso. Ma non è proprio così: quando superiamo il piccolo valico che ci separa dal Lacero ci appare una visione surreale. Possibile che il lago copra l’intero piano ? Un improvviso scioglimento delle nevi o chissà quale altro fenomeno ne hanno provocato una illimitata estensione ? Ci rendiamo poi conto che la luce del tramonto che filtra obliqua ed indiretta tra le nubi crea questo effetto, uniformando i toni: la neve è un po’ più azzurra ed il lago un po’ più bianco. Ci precipitiamo festanti a valle per immergerci in questo scenario veramente fatato. Ora dalle rive, il lago ha ripreso il suo colore azzurro e smeraldino, ma sul lontano lato opposto del piano la neve è ancora bluastra. Traversiamo sci ai piedi l’intero altopiano, guardando con superiorità le rare macchine che sfrecciano, sullo sporco anello asfaltato circostante. Il trascolorare della luce crea infiniti e mutanti effetti: ora l’anfiteatro, come un antico blasone, è diviso in tre bande: d’oro, alle spalle del lago, d’argento lo specchio, di bianco il resto del piano. Le luci dei caseggiati diventano sempre più vicine e ci richiamano alla realtà del ritorno. La affrontiamo sereni, poiché abbiamo la neve non più nel colletto, ma nel cuore.
La strada si inoltra serpeggiando tra valli e vallette e la sensazione della “finis terrae” è aumentata dalla consapevolezza che essa non proseguirà oltre Sieti di sopra. Il traffico infatti scema e si annulla e la pace di un borgo antico ti accoglie. Nella piazza, di fianco alla chiesa parrocchiale, un tiglio secolare (“‘a teglia”) chiama a raccolta cittadini e forestieri. L’incontro di oggi (domenica 12.12.2004) è quello del primo di quei cittadini, il solerte sindaco di Giffoni Sei Casali, ed il numeroso gruppo della Sezione di Salerno del CAI, diretta al Monte Lieggio. Scambio di saluti e di voti; si parte. Ma per dove? Tra le graziose case del reticolo medioevale del paese e le balze degli uliveti non è dato scorgere cime. Occorrerà districarsi con pazienza fra le reti distese ad attendere la caduta dei frutti sacri ad Atena e le chiudende dei campi per acquistare finalmente la piena aria di un ameno poggio. Qui comincia il rosario delle spiegazioni per i neofiti e i distratti. “Si, quella è proprio l’Accellica, non vedi la caratteristica guglia del Ninno? E di fronte il Terminio, con la sua mole possente e le sue appendici della Serra del Caprio e del Lacerone. E i Mai naturalmente con le loro serre appena incise dal valico della Colla.”
La luce dorata e tersa della splendida giornata di un inverno sin troppo mite esalta lo spettacolo e spinge l’occhio lontano. Ma non è tempo di indugi. Guadagniamo finalmente l’area del castagno, sul lato est del Lieggio, avendo a destra, in basso, le fabbriche gemelle di S. Maria a Carbonara. I rintocchi delle sue campane ci sospingono nella salita che diventa sempre più dura, svolgendosi su sentieri malcerti, ad onta della segnatura diligentemente profusa da Sandro Giannattasio “genius loci” e direttore di escursione. Il problema principale è costituito dalla sovrabbondanza di ramaglie, insidiose sia dal basso, siccome trabocchetto celato sotto il tappeto di foglie, che dall’alto, siccome pendenti offendicoli. E l’offesa si materializza. Un alberello apparentemente innocente, ma tarato al suo interno, si spezza al passaggio dei primi e con uno schiocco sinistro precipita sulle chiome corvine di Valeria. Rintronata dal botto e subito insanguinata, la sfortunata caina riceve dai consoci i più immediati soccorsi. Sarà quindi subito riaccompagnata a valle per interventi più tecnici e per ogni opportuna verifica sanitaria. Ad un tempo troppo vivaci e troppo tristi rimangono quelle chiazze di rosso sparse sui toni moderati e caldi delle foglie brune dei castagni.
Si deve comunque proseguire non perché “the show must go on”, ma perché un primo gruppo ignaro era già innanzi e va raggiunto e indirizzato. Seguiremo via cellulare le vicende di Valeria e saremo poi rassicurati circa il suo felice (?) ritorno a casa dopo una rapida escursione all’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona.
Usciamo dal fitto del bosco per affrontare quelle groppe che si susseguono per formare il movimentato complesso sommitale della montagna; forse di qui il nome di Facciomme, ma Lieggio, poi, perché? Lasciando sospeso l’interrogativo avanziamo verso nord; un ultimo bosco reca le offese di un recente taglio. Usciamo quindi in un’ampia sella dalla quale con radicale inversione di marcia volgeremo a sud su malagevoli sentieri, tra le asperità delle roccette e l’insidia della falasca. Se ne potrebbe fare pure a meno, poiché la via del ritorno è in direzione opposta, ma la cima ci chiama irresistibilmente. Ora a destra, ora a sinistra evitiamo le asperità maggiori, sempre più attratti dalla pienezza della luce. Due sono le vette più alte, piccole aree di accoglienza per il numero di quelli che le hanno agognate e scogli ancor più piccoli a fronte dell’immensità del cielo. Ci appollaiamo alla meglio, dimentichi degli spazi del suolo e dell’ingombro dei corpi, per rivivere l’eterno stupore della cima, sempre nuovo ed inesauribile per chi sente la religione della montagna. I massicci più elevati che da basso chiudevano ogni orizzonte sono finalmente ridimensionati a fratelli appena maggiori, senza nulla perdere della loro maestà. Così il roccioso Terminio, gli articolati Mai, la singolare Accellica. Ma la famiglia è cresciuta: i Lattari con la triplice cima di S. Angelo a Tre Pizzi, appena schermata dal Finestra, il Vesuvio da un lato; dall’altro la dorsale appena emergente del Cervialto, il Polveracchio, gli Alburni ed in fondo il Cervati. Prepotente lo specchio infinito del mare cerca di monopolizzare ogni sguardo e amplifica e raddoppia la luce e l’azzurro.
Scendendo a valle per i nuovi ed interminabili sentieri che circondano dalla parte occidentale il monte, presteremo poca attenzione ai loro pur non trascurabili aspetti (qui eretti pinnacoli, qui misteriose fenditure della roccia, qui piccole sorgenti chioccianti, in lontananza strane fosforescenze di reti verdi sotto gli ulivi) perché saremo ancora abbagliati negli occhi ed ubriachi nel cuore dalla sovrabbondanza di quella luce di quell’azzurro.
Su tutto una consapevolezza: la valle di Sieti non è dove finisce il mondo, ma dove comincia un mondo nuovo ed immenso.
