26 Marzo 2005 -

Il te’ nella neve, anzi la neve nel te’

 (Valico di Giamberardino e Piano Sazzano)

E’ buona norma, praticando la neve, munirsi di una bevanda calda, in thermos, anziché della solita scorta di acqua in contenitore di plastica, che aggiungerebbe il freddo interno a quello esterno. Quando, tuttavia, almeno al sud, la primavera comincia a far sentire i suoi consistenti tepori ed a questi si aggiungono i sudori di un’erta faticosa e ripida, una bevanda bollente può anche risultare non gradita. Il rimedio peraltro è a portata di mano: è la neve stessa che, calata nell’esotica bevanda, produce un miscuglio apparentemente incongruo, ma gradevole  e ristoratore.

Questo rimedio lo abbiamo sperimentato nell’ultima nostra uscita (sabato santo 2005) in cui un perfido scirocco ci infliggeva i suoi fiati caldi, i quali avevano già dimezzato il manto nevoso della settimana precedente e punteggiato di una sorta di incerto grigiore una coltre già candida e splendente.  Le condizioni dunque non erano ideali per un grosso impegno, ma noi avevamo un’urgenza: quella di raggiungere il segreto comprensorio di Sazzano-Giamberardino, prima del finire della stagione. Si tratta della zona che trovasi ad est del Cervarolo di Bagnoli e che non ha facile accessibilità automobilistica, giacché le vie che la raggiungono non vengono sgomberate dalla neve. Sciisticamente, pertanto, o la si può attingere da una sterrata che si diparte da Piano Acernese o dalla strada Laceno-Lioni (loc. Vallepiana) Entrambi gli accessi hanno un inconveniente. La prima via si ferma a 100 metri (di quota) più sotto del Valico di Giamberadino ed impone di mettere gli sci in ispalla per inerpicarsi, sprofondando e ingarbugliandosi nella vegetazione infestante, in un ex sentiero da incubo. La seconda via impone ugualmente di togliere gli sci (o di scalettare all’infinito) per raggiungere un piccolo valico posto fra l’ Aria della Preda e le propaggini settentrionali del Cervarolo. Abbiamo seguito la seconda, male minore, ma la qualità e la quantità, ancora eccessiva per le esigenze del momento, della neve hanno reso problematica la marcia. Finalmente (dopo un’ora), giunti al confortevole piazzale che sovrasta la strada sciabile ovvero “usciti fuor del pelago alla riva”, l’arsura e la fatica della salita hanno potuto attingere al sollievo del cocktail di tè e di neve.

Ma non è il caso di indugiare, tanto più che la sterrata cui tendevamo è immediatamente sotto il piazzale. La raggiungiamo  con un breve salto, per intraprendere il giuoco di cuci e scuci che l’alta via di Sazzano impone. Il Piano appare e scompare sulla sinistra, in basso, lontano e non ci sfiora nemmeno l’idea di raggiungerlo subito. Occorre prima purificarsi nella salita, raggiungere il valico a quota 1500 per poi godere delle ebbrezze della discesa. Ma la salita per ora non c’è. Si procede in falsopiano rientrando ed uscendo (ecco spiegato il cuci e scuci) da innumerevoli concavità laterali. Il percorso infatti segue fedelmente le anse e le sporgenze del Cervarolo; ma quanti saranno i suoi canaloni ? Il suolo è cosparso da una sorta di plancton vegetale che il vento ha distaccato dai tronchi e dai rami. Qua e là anche le ultime foglie secche. La stagione è in ritardo. Le gemme dei faggi, pertanto, sono ancora strette e raggrinzite e non protendono le rosse tumescenze che in altre primavere abbiamo annotato. A folate improvvise, nei punti corrispondenti alle gole meridionali, ci percuote lo scirocco che fa furiosamente ondeggiare le cime degli alberi più alti.  Finalmente, nei pressi di un monticello laterale lo scenario cambia: a sinistra si scenderebbe, ma non è ancora il momento; a destra la strada comincia  decisamente a salire. Raddoppiamo la lena e ci sottraiamo a fatica all’abbraccio dei novelli arbusti dei faggi e degli ontani che tentano di colonizzare il tracciato e di chiuderci la via. Ma all’improvviso la strada non c’ è più: si converte in un canalone. Ci guardiamo attorno smarriti, possibile che abbiamo sbagliato? Ci soccorrono però le reminiscenze delle esperienze passate. La via, a un certo punto, non guadagnava l’altra parte del vallone? E’ proprio cosi, ma dall’altra parte c’è solo una china perfettamente convessa. Per fortuna è rilevabile in lontananza un suo appianamento fra due alberi. La direzione è quella. Solchiamo quella che ora è solo una cupola grazie alla sua morbidezza e saliamo per tornanti di progressiva pendenza, con qualche preoccupazione per il ritorno. Il gruppo, già esiguo, si fraziona. Pronostico un distacco di 30’ per l’ultimo che era già partito in ritardo. La previsione si rivela esatta.  I primi, accucciati sui rami del valico, a quota 1500, sotto la parete nord del Cervialto, attenderanno, rifocillandosi e riparandosi dai soffi del vento, quell’ultimo che è poi quello che non mangia e sollecita sempre un immediato ritorno, così sabotando le soste contemplative ed amicali del gruppo. E difatti, nemmeno il tempo di rifiatare e lui annuncia: “Io mi avvio.” Lo seguiamo dopo qualche minuto. La morbidezza della neve ci rivela come sia stata vana ogni preoccupazione per la discesa. Siamo in breve al bivio presso il monticello e questa volta prendiamo la destra, ovvero ed ovviamente, quella che in salita era sinistra. Il pendio si addolcisce, tant’ è che lasciamo l’itinerario stradale per avventurarci (!) nel bosco. E’ una scelta felice. L’ampiezza degli spazi e l’alternarsi delle pendenze consente di giocare a rimpiattino tra i faggi, di calarsi in brevi e veloci salti che danno la spinta giusta per risalire, di danzare come elfi in una sorta di giardino incantato. Un ultimo balzo precede l’esplosione di luce del Piano Sazzano. L’ ossuta parete dell’ Aria della Preda di fronte a noi è stata interamente denudata dal sole, ma la conca e le altre sue quinte sono ancora tutte bianche. Ci attardiamo nel Piano scegliendo i percorsi più obliqui possibile e sfruttando i suoi rari gradini per acquistare un po’ di brio. E’ d’obbligo infine la sosta su un comodo muretto per contemplare quello che stiamo per lasciare e che lo scioglimento delle nevi comunque trasformerà. La maestosa mole del Cervialto a mezzogiorno, il suo pilastro laterale del Cervarulo a sinistra, la lunga cortina del Cervarolo alla nostra destra. E’ questa che raggiungiamo, quindi, con un’ ultima salita, immergendo talora gli sci negli abbondanti rivoli di fusione del bianco elemento. Ma una lunga fontana di pietra, ancora sepolta, lascia affiorare a stento il suo specchio verde-azzurro. Alla fine il cerchio (o meglio l’ellisse) si chiude. Ritroviamo presso una breve incisione del monte le tracce dell’andata. Risaliti al pianoro del tè, dovremo ancora dismettere i nostri amati legni per affrontare una fastidiosa discesa. Solo nel tratto più prossimo alla strada carrozzabile li metteremo ancora per goderci gli ultimi capitomboli che  la pendenza ci propina. Ultimi capitomboli  ed ultimi sguardi alla neve, che la sua vecchiezza stessa e l’incerta luce di un meriggio sporco di foschia rendono inevitabilmente grigia. Ma non importa: bianca o grigia, purché si pigia!