16 Aprile 2005 - Cronache Picentine
L’ ignaro e contumace abitatore della Padania, rilevati i primi caldi primaverili ed il loro corredo di tepide piogge, sentenzia all’amico “africano”: “Quale neve, quali sci….ripara sui Lattari, fai il tuo mestiere di meridionale e goditi l’azzurra visione di Capri”
Pur con tale viatico nello zaino, seguito da pochi fedeli, volgo le noncuranti terga al mare e ancora abbraccio le ginocchia del Polveracchio. E Lui immenso e generoso dispensatore di grazie picentine, ancora una volta non mi delude.
Certo, l’approccio non è agevolissimo. Le abbondanti nevicate dello scorso inverno hanno lasciato un maligno residuo di appena 20 metri di lunghezza ma di 15 cm di altezza in una curva all’ombra di una trapiantata abetaia, quanto basta per non farti passare con l’auto. Si allunga quindi il tracciato da fare con gli sci in ispalla. Ma almeno questo primo è pianeggiante! Poco dopo, dal piazzale del vivaio forestale, inizia invece la salita; la si potrebbe fare anche per strada, con pendenza più dolce, ma non si arriverebbe mai. E allora via di petto, lungo una delle tantissime dorsali perpendicolari alla sua linea principale, che il Polveracchio ti lancia invitandoti su. Invitandoti, si fa per dire. La pendenza è senza regole, i rami ti frustano impigliandosi negli sci che rechi spall-arm, quando trovi un varco, ecco un ameno ma pungente orticello di sempreverdi agrifogli che vogliono dire la loro. Le prime chiazze di neve ti consolano e ti ricordano perché stai battendo questa via crucis; si apre finalmente una radura e ti rivela una via sottostante già innevata e qui il solito saggio muove la sua censura: “Perchè non l’abbiamo presa prima?” Vagli a spiegare che lì c’è la neve perché è un angolo all’ombra, rientrante e coperto e che 50 metri prima, invece, solo sassi….Sassi, ovunque sassi? Non sempre si sa e nemmeno i saggi sanno. Anche la strada che sale, alla nostra destra inviterebbe, siccome in parte innevata. Optiamo però per un ulteriore taglio, ad evitare sorprese e fallanze. La salita però è ancora più ripida e più faticosa per la prevalenza dei tratti innevati. Questa prevalenza comunque ci reca una confortevole certezza. Sbucati infatti sul sovrastante tratto stradale siamo in pieno biancore. Consultiamo soddisfatti orologi ed altimetri: “Solo” 45’ minuti di salita a piedi. Siamo a quota 1300. Lo scorso anno nello stesso periodo bisognava salire a 1450 !
L’entusiasmo riceve peraltro un qualche freno dai rami pure qui infestanti e dalla qualità molle del bianco elemento. Aneliamo al salto di qualità che ci aspetta intorno alla quota 1500. Qui infatti gli spazi si aprono, il bosco è curato e ci regala solo la vista di alti e dignitosi faggi che si guardano bene dallo scaricare fastidiosi escrementi lignei sul nostro cammino; il manto è alto e consistente, il cielo azzurro ed il sole sfolgorante si rivelano in tutto il loro splendore. Tutto è perfetto: in più punti la via dà l’impressione di scomparire sotto la cupola delle nevi, le curve si susseguono ampie e regolari e le pendenze sono abbordabili. Ad est appare la gobba del Boschetiello, mentre la cima del Polveracchio ci è preclusa dai suoi infiniti contrafforti, costituiti da lunghe dorsali boscose, vellutate spalliere del nostro cammino. Ancora stupiti, eppure trattasi di esperienza acquisita, valutiamo l’altezza del manto nevoso esplorando i fossi, inanellati di strati sovrapposti, che si sono formati attorno a ciascun albero e che per il calore vitale della pianta si aprono occhieggiando. Siamo almeno intorno ad un metro e mezzo.
La fatica si fa sentire e l’ultima curva non arriva mai. Giungiamo infine (h. 3,45 dalla partenza) all’anticamera del più fondo dei Lagarelli, una vera conca circolare che noi chiamiamo Vallerotonda, ma gli indigeni, meno poeticamente, Fossa del mulo morto; saremmo anche rassegnati a sostare, dopo un ultimo tuffo nel catino, ma, inopinatamente, persino il prudente della compagnia ci eccita a proseguire proponendoci un aggiramento a destra. E’ un invito a nozze per gli oltranzisti: tenendoci in quota lungo una costola boscosa passiamo abbastanza agevolmente dall’altra parte per affacciarci sul Lagarello maggiore (per noi Vallegrande), ampia ed allungata ellisse adagiata sotto la cima del Polveracchio. La piena solarità del sito, l’infinitezza degli spazi, il panorama che si estende fino al mare (che già pregustiamo pur non ancora vedendolo essendo appena precluso da un’ultima crestina meridionale) ci invitano ad alla immediatezza del volo ma….., ma un’ultima barriera di contorto novellame di faggi, residui di un taglio empio e scellerato, ci impediscono l’abbandono. Dobbiamo addirittura dismettere le ali degli sci dai piedi e districarci affannosamente nella ramaglia. Ma, dopo la liberazione, residua comunque una breve discesa che ci consente di attingere il fondo valle in velocità e di risalire con qualche abbrivio la prima parte dell’ultima gobba. La sua sommità esige invece ancora un po’ di fatica: la incorona un crestone ripiegato di neve che quasi temiamo di violare, mentre un robusto vento nascendo da maestrale, ma girando poi dal mare, sembra respingerci. Lo ignoriamo ed anzi ne sollecitiamo la pur ruvida carezza, sostando al sole e perdendoci ancora una volta nella contemplazione.
L’idea del ritorno non ci affligge più di tanto. Ci aspettano infatti lunghi tratti di agevole discesa ed un percorso in buona parte diverso da quello dell’andata. Riattraversiamo Vallegrande e Vallerotonda dove stavolta ci buttiamo in picchiata, rifacciamo ma in discesa i lunghi rettilinei e le belle curve che si snodano intorno ai 1600 metri ed a quota 1550 prendiamo a destra la Via del Bracco, così battezzata in onore di un nostro amico canino e caino che ci seguiva festante anche sulla neve, con animo da sciatore, pur fornito di sole zampe. La via sembra fatta apposta per noi: l’alternanza fra rettilinei e curve è ottimamente dosata ed al termine di ogni discesa c’è sempre uno slargo che consente un atterraggio morbido a chi non ama le sterzate rapide. I faggi sono ancora alti e qua e là si aprono scorci accoglienti che inviterebbero all’ esplorazione, quasi promettendo misteriosi incontri. Ma occorre procedere. L’unica deviazione consentita – e di rito – è quella costituita da due armoniose radure circolari (anch’esse della famiglia dei “Lagarelli”) aperte al cielo ed al sole. Manca stavolta, per la persistenza della neve, l’effetto bicolore, tipico della stagione inoltrata: azzurro dei crochi appena nati al lato esposto al sole, bianco ancora nel lato all’ombra. Lo vedremo a maggio!
Non c’è più tempo per le soste e le contemplazioni. La via diventa meno bella calandosi in una sorta di forra dalla quale risaliamo per collegarci con lo stradone principale che scende dal rifugio di Senerchia. Prendiamo la direzione opposta e presto la neve comincia a mancare. A quota 1300 rinunciamo definitivamente e, chi ne aveva sopportato il peso nello zaino, calza gli scarponi per scendere giù diritto lungo scorciatoie ben note.
Al campo base consultiamo gli orologi con soddisfazione: abbiamo battuto la montagna per nove ore, la giornata dunque è stata ben spesa. Dall’auto un ultimo sguardo di ringraziamento al munifico Polveracchio, sospeso tra il rosso della luce del tramonto e l’argento di una nuvola sommitale che preannuncia la scansata pioggia della domenica.
