1 Maggio 2005 -

I° Maggio

(Sci-escursionismo sul Matese)

Chiediamo perdono ai lavoratori veri, a quelli che hanno provato e provano la dura fatica, che stentano la vita col sudore della fronte, ma questo I° maggio, mentre arrancavamo per le balze del Matese, tra Miletto e Gallinola, ci è venuto spontaneo accostare per un momento il loro primo maggio al nostro: anche noi abbiamo pesantemente faticato ed abbiamo copiosamente versato il sudore della fronte – e non solo – per divertimento, certo, ma il sudore è sudore e la fatica è fatica.

Giornata splendida di sole, troppo splendida forse, dal momento che il sole (come ogni cosa) è bello quando si lascia desiderare. Questa volta invece dardeggiava generoso ed impietoso sulle ondulazioni dell’altopiano che sembravano dune di un infinito deserto, più che rilievi di montagna. L’ azzurro del temporaneo lago formatosi nella conca di Campitello per lo scioglimento delle nevi non ci consolava più di tanto, per quel che significava; vaste e severe ossature di roccia grigia emergevano dai fianchi del Miletto e della Gallinola; in impotente disarmo sostavano al margine della spianata i rossi gatti delle nevi; semideserti i bar, presidiati da pigri e timidi cagnoni distesi al sole.

Via, alla ricerca di una traccia bianca che ci permetta il cammino nel modo desiderato. La già ridotta compagnia si divide. Affrontano direttamente il Miletto, per poi ridiscenderlo in volata, i forti dello sci-alpinismo. Sulla strada per Bocca della Selva gli umili pedoni dello sci-escursionismo. L’inizio non è dei più promettenti. I tratti esposti della via nereggiano e bollono: bevono avidamente le copiose elargizioni che i cumuli di neve addossati generosamente rilasciano. Appena possibile ci caliamo nelle vallette sottostanti alla strada,  più riparate dai raggi del sole. Inizia il divertimento delle discese e delle rapide risalite favorite dall’abbrivio. Non ci fidiamo però di allontanarci troppo dal tracciato stradale e prudentemente lo riguadagniamo, risalendo tra spalliere di crochi “trafitti da un raggio di sole”, che li rende simili ad una miriade di piccole abat-jour violette. Al bivio che mena alla Baita “La Gallinola” ove altra volta sostammo, non ci sono tracce di passaggio: in questa stagione di interludio il rifugio resta evidentemente chiuso. Procediamo pertanto nella solitudine più assoluta, senza la noia delle rumorose motoslitte talora subita. La strada si impenna, facciamo finta di non accorgercene, tesi come siamo ad una meta degna di questo nome. Sarà quel valico che vediamo lassù in alto o quell’altro ancora? Valichi, curve ed angoli non si contano più. Siamo ormai intorno ai 1600 metri di quota ed i visi cominciano a bruciare. Compaiono finalmente i primi faggi, sono un po’ stenti e si presentano con un aspetto palmare, come di penne di pavone ridotte all’osso, senza piuma né colore. Cartelli stradali colorati di rosso e segnali turistici di legno stinto emergono dalla neve sempre più alta. Ma quando guadagniamo un rettilineo interamente esposto a mezzogiorno riprendono le mancanze. Arrangiandoci sulle lingue residue tagliamo per un prato cosparso ancora da crochi e da infiorescenze di cardo che sembrano piumini da cipria. Ancora una discesa e ancora una salita. L’esperto (si fa per dire, c’era stato solo un’altra volta) svela finalmente la meta massima e minima: un ultimo valico che domina un’ampia vallata in fondo alla quale si stagliano le alture di Bocca della Selva: M.Mutria,  M. Porco e Serra Macchia Strinata. 

Vi giungiamo in riserva di energie, dopo tre ora e mezza di marcia. Meritiamo quindi di distenderci  su di un prato che il sole ha provvidenzialmente messo a nudo e di proclamarci soddisfatti. Un segnale stradale colorato di blu ci conferma che abbiamo svalicato verso un altro mondo: “Provincia di Caserta,  S.P. n.319”. Cristoforo Colombo non dovette sentirsi più soddisfatto quando nella sua corsa verso occidente avvistò finalmente la terra. La digradante distesa ci mostra un panorama affatto normale: il nastro stradale in lunga discesa, balze, valli e collinette, azzurre catene lontane. Ma tutto ciò alla nostra immaginazione, esaltata dall’euforia della montagna ed ubriacata da una fatica concupita e sofferta, appare veramente come un mondo nuovo, misterioso e lontano che promette per il futuro chissà quali mete e sorprese. Per quanto attiene al passato invece, cerchiamo di discernere, ma invano, il circuito di Montorso ove parecchi anni fa la nostra Sezione partecipò numerosa e festante ad un simpatica gara di sci di fondo organizzata dalla (allora) Sottosezione di Piedimonte.

Possiamo sostare a lungo stavolta, non c’è l’amico-sempre-in-piedi a censurare i nostri indugi. Il tentativo di assopimento è tuttavia disturbato dal fastidioso ronzio di bombi, calabroni ed altri insetti risvegliatisi con i primi caldi ed attratti dai nostri sudori.

Viene comunque il momento di muovere e dobbiamo constatare che la ripartenza è in salita. Provvidenziali nuvole pomeridiane attenuano di tanto in tanto la sferza del sole. Guadagnato finalmente un lungo tratto di decisa discesa possiamo abbandonarci. Ma al suo termine ci spaventa la visione della strada, troppo in alto sopra di noi. Siamo nei pressi del bivio della Baita e prendiamo una decisione provvidenziale. Sceglieremo il percorso di fondo valle, a costo di dover tornare indietro in caso di ostacoli insormontabili. Via col vento dunque (tira effettivamente una piacevole brezza) e con una promettente discesa. Calandoci nella valletta teniamo però sempre d’occhio il gardrail della strada in alto sopra di noi. Quando non lo vediamo più proseguiamo diritto a nord sino a che la conca si chiude. Fra le gobbe nevose che la circondano individuiamo una sorta di valico. Lo risaliamo zigzagando, consapevoli di dover comunque pagare la precedente discesa. Un canalone al suo fianco ci indirizza, ma non ci aiuta in quanto infestato di rami. La stanchezza accumulata ed il torpore del meriggio ci inducono a sostare di tanto in tanto per riprendere fiato. Siamo finalmente sul dosso e possiamo ridiscenderlo in scioltezza, verso un’altra depressione. Di valle in valle scendiamo (molto) e saliamo (poco): le infiliamo una dopo l’altra come perle di una collana. La penultima sembra chiudersi inesorabilmente, salvo che per un piccolo ed oscuro canyon sormontato da alti muri di neve.  Ci avventuriamo, sospettosi di improbabili slavinamenti, ma speranzosi di una brillante sortita. Ed è così. Usciti dal corridoio siamo sull’ultima ampia conca già percorsa all’andata. Al nostro fianco è l’imponente parete orientale della Gallinola, scandita in una pluralità di costoloni bianchi da cui emergono severi corni di roccia grigia. Il colore non è quello, ma alla fantasia dell’ assetato viandante appaiono come pezzi duri di cioccolato che costellano un enorme gelato. Sul bianco notiamo l’ardito ricamo di uno sci-alpinista: tratti diritti e scalettamenti in salita, eleganti e sinuose volute in discesa. L’ambiente di tipo alpestre, arricchito da questo particolare, ed il cumulo delle positive sensazioni oramai registrate ci fanno pentire della disaffezione frettolosamente pensata verso un percorso che sembrava all’inizio piatto e privo di attrattive. I paragoni sono sempre inopportuni. La  giornata non ci ha dato gli alti fusti e le dolci armonie e dei domestici Picentini,  ma ha elargito momenti di grande solennità e severa bellezza.

Con questa saggia ed equanime sentenza, mentre un gruppo di fanciulli si tira le ultime palle di neve, possiamo volgerci verso valle, apprezzando persino le morbide e reiterate dorsali collinari molisane che si inseguono lontano, verso l’Adriatico.