8 Maggio 2005 -

Addio alle nevi

(In riserva sul Polveracchio)

Vinti dal caldo, dal sole e dagli esposti ombelichi avevamo deciso di appendere gli sci al chiodo e di dedicarci finalmente alla maggioranza (non troppo) silenziosa delle escursioni ufficiali.

Ma all’ultimo momento il richiamo della foresta (innevata) si è fatto sentire. Avuta conferma della persistenza del bianco elemento, la compagnia si è naturalmente formata, pronta a pagare il pedaggio di una faticosa marcia di avvicinamento prima di poter calzare gli sci. Ed infatti il Polveracchio costituisce una inesauribile e provvidenziale riserva di neve, anche se ha un neo: la strada carrozzabile dalla quale  si possono raggiungere i suoi itinerari sciistici  giunge solo a 1029 metri di quota. Del resto, meglio così: meno salgono le strade, più intatta resta la montagna. Via dunque per le solite scorciatoie, bardati di sci incrociati in avanti, come cavalieri di un antico torneo. I crochi, le violette ed i faggi ormai rivestiti di foglie allietano il cammino, ma invano cerchiamo l’angolo dei maggiociondoli che l’anno scorso ci stupirono per la loro ricchezza. Ritroviamo invece lo scoglio che segna il tratturo finale, ritroviamo altresì i nastri lasciati a segnare il cammino.

Tuttavia,  quando compare finalmente la neve (h. 1,15 di marcia, m. 1450 di quota) non ci sono più segnali e la via non è univoca. Una serie di piazzali e vallette ci nasconde l’imbocco della strada sterrata che dovremmo raggiungere. Solita apertura a ventaglio, chi più su chi più giù, chi più a destra chi più a sinistra. L’ “esperto” si butta impaziente tra i cespugli per raggiungere un’ennesima conca, ma non è quella buona, bisogna risalire. Una volta risaliti, ecco finalmente la strada, l’abbiamo attinta più su del punto prestabilito. Ma non c’è più il tempo per ricostruire le ragioni dello sbaglio, finalmente si scia. L’atmosfera grigia ed il colore sporco della neve non frenano gli entusiasmi: ciò che si sta per perdere è sempre prezioso. Così come Guido Gozzano, riusciamo ad amare ed a comprendere anche la vecchiezza. La neve è vecchia, grigia e piena di rughe e cicatrici come una matura madre, essa ha dato e dà ancora tutta la sua linfa vitale ai suoi figli:  le foglie di verde tenero e trasparente dei faggi, le mammolette gialle e viola, i crochi blu, i candidi bucaneve. I fiori li abbiamo lasciati più giù, ma le chiome dei  faggi perdurano sino a 1500 metri ed oltre, richiamando la strana immagine di quei ramoscelli vegetali collocati talvolta, quale lezioso quanto  inutile accessorio,  a guarnire le coppe di gelato più costose. La neve stessa richiama paragoni alimentari, poiché gli involucri caduti delle gemme diventate  foglie conferiscono al tutto l’aspetto di un ricco latte e caffè. Non per fame,  ma in uno slancio di tenerezza bruchiamo le più tenere foglioline degli alberi che ci sfiorano il viso. Presto, però, quanto resta dell’inverno fa valere i suoi diritti: la vegetazione cessa del tutto e le sponde della via sono ben ammantate di bianco. Saliamo per armoniosi ballatoi, illudendoci che questo scenario resti immutabile, sempre alla mercé della nostra eletta disciplina.  Ad un bivio appena percettibile deviamo a sinistra per imboccare la c.d. Via dei Merletti. I merletti sono le ampie volute della strada che si insinua nelle pieghe della montagna per poi uscirne e poi ancora rientrare.  Similmente si alternano le pendenze: volgendomi, vedo sulla più alta di esse le fanciulle del gruppo, macchie di azzurro nella neve, che attardandosi a colloquiare restano indietro. Compaiono all’improvviso i segnali bianco-rossi del sentiero n. 8 dei Monti Picentini. Ciò vuol dire che abbiamo già svoltato verso i Lavarelli,  senza notare la bretella che mena al rifugio di Stattea. Meglio così, vuol dire che la meta è vicina. Si fa per dire, ci aspettano ancora una discreta salita ed il tratto sottostante alla pianura sommitale che, essendo esposto, risulta ormai spoglio di neve e ci costringe a togliere gli sci. Con la neve, ma ancora senza sci per la forte pendenza, ci attende l’erta  finale. Quando spuntiamo sui Lagarelli, una delusione annunciata: se finora la nebbia si era appena pronunciata in rari e leggieri vapori lungo il cammino, ora è fitta  e prepotente e frustra ogni velleità di panorama.  A lei si accompagna un vento forte e gelido che sferza gli incauti lettori del solo calendario i quali avevano dismesso più adeguati panni. Siamo dunque costretti a ripiegare subito verso la retrostante e riparata conca di Vallerotonda. Adempiamo comunque al rito della vetta risalendo per un momento la più vicina gibbosità del pianoro. A Vallerotonda si scende invece in felice ed aperta picchiata.  Qui possiamo  finalmente sostare senza l’aggressione degli agenti atmosferici e, benché non ce ne sia bisogno, l’elemento forte ed industrioso della comitiva improvvisa un vivo falò attingendo all’abbondanza di rami secchi, spezzati dalle bufere invernali. Singolare è il matrimonio del fuoco con la neve: increduli ed ipnotizzati fissiamo la reale, ma impalpabile, vivacità della fiamma, crescente ed apparentemente perenne. Un venticello dispettoso ci butta  addosso il fumo: pensiamo al fastidio che, molto più di noi, ne riceverà quel lupo di cui poc’anzi abbiamo rilevato, fresche e grosse, le impronte.

Non che abbiamo paura di incontrarlo, ma bisogna andare. Un ultimo sguardo alle fiammelle che si estinguono ed ai rami carbonizzati che la combustione ha striato di medaglioni serpentini; un ultimo sguardo soprattutto alla nostra deliziosa Vallerotonda che tra poco non sarà più bianca.

Il ritorno è in prevalente ed agevole discesa, anche se la volubile scontrosità della neve, ora molle e incavata, ora più dura ed acclive, ci regala qualche capitombolo. Chiudendo il circuito ritroviamo il bivio dei Merletti e qualcuno – non si sa se per errore o perché vorrebbe incosciamente protrarre la giornata – fa per infilarlo. Bisogna scendere invece. Questa volta troviamo il piazzale giusto della c.d. via del Bracco e, rimessi gli sci in ispalla, caliamo a valle per i noti sentieri. Noti ma non tanto, se ad un certo punto commettiamo il solito errore di spostarci a sinistra. Eppure sembrava di scendere diritto. Sbuchiamo così su di uno stradone non percorso all’andata. Lo lasciamo per tagliare diritto attraverso un fitto bosco di agrifogli, sempre con direzione nord, non possiamo sbagliare. Una comoda pista ci accompagna in dolce discesa, così come il sole che finalmente irrompe nel verde degli alberi. Lo ringraziamo, ma non senza un critico interrogativo: “Non potevi farti vedere un po’ prima?”

L’ affacciarsi dei prati ed il mormorio di un ruscello ci annunciano che siamo arrivati al fondo valle (Piano del Gaudo) poche centinaia di metri più a ovest del punto della salita iniziale. Ci guardiamo appagati ma con un piccolo disappunto: proprio oggi non abbiamo adempiuto al rito de “Saluto alla neve” (ovvero tutti giù, faccia a terra, come per baciarla!)

Dall’ auto, gettiamo un ultimo sguardo alla nostra preziosa riserva, al maestoso  Polveracchio,  per due terzi ormai verde, ma ancora bruno e striato di bianco verso la cima.  Prendiamo atto del cielo azzurro e delle nuvole bianche che lo sormontano, segno ineluttabile di una matura primavera che volge  ormai all’estate.   Ma ci consoliamo subito: Dicembre è vicino !