7 Agosto 2005 -

Ancora Accellica

(Escursione all’Accellica Sud; Sentiero n. 3, Acerno, Bosco dei Pellegrini, Acquafredda, dorsale e Cima)

Lunghe e sfrangiate strie di nuvole bianche ed argentee rendono diverso l’azzurro di questa mattina di agosto; in armonia, si alternano folate di aria fresca e soffi più caldi.

Alla prima partenza il gruppo è assai esiguo: crescerà per via in forza di vari e concentrici appuntamenti.

L’itinerario,  più classico di così non potrebbe essere: è quello che parte dalla chiesa di San Donato di Acerno per tuffarsi nella grande spianata di poco sottostante, titolata da una molteplice nomenclatura: San Leo, Cugno, La Vella, Bosco dei Pellegrini. Quest’ultima è la più suggestiva, lasciando immaginare antiche frotte di viandanti accampati alla meglio in questo mare di vegetazione, fatto di castagni, ontani, cerri, ed aceri, così fitti tra loro  da oscurare presto la luce del meriggio e consegnarti subito al buio ed inquietante labirinto della notte.

Le sterrate iniziali attraversano dopo un po’ il nastro di asfalto che risale, parallelamente alla statale, verso le Croci di Acerno.  Il paese è già scomparso, un ultimo sguardo ci consente appena di  afferrare lo splendore rosso-dorato della cuspide di rame del campanile della cattedrale, finalmente risorta dopo il terremoto del 1980. Poi più nulla, se non la completa immersione in un angusto sentiero affogato di  vegetazione. La lieve salita ci conduce presto però a siti più confortevoli: ordinati castagneti si alternano a distese di felci il cui fruscio e le cui carezze allietano il cammino. Da un contesto assolutamente vegetale emerge inattesa una vecchia ed ampia casa colonica rosata, al riparo di una balza; ne cogliamo l’aura di mistero e la aggiriamo rispettosi. Strandocelli, sentieri, scarpate, vegetazione ridondante e infestante……i ricordi si confondono, ma non il cammino diligentemente segnato dai direttori di escursione. Un ultimo balzo nel frascame ci consente di attingere  a quota 900 la sterrata che proviene dalle Croci di Acerno. Lasciamo con nostalgia il Bosco dei Pellegrini e, attraversata la sterrata, affrontiamo l’ingrata salita verso la Fontana di Acqua  Fredda. Ingrata perché malamente ridotta dopo un improvvido taglio boschivo. La natura ha reagito con rovi, spini e  smottamenti che hanno cancellato l’antico sentiero. Questo riappare più visibile in prossimità della Fontana che ci ristora con un getto generoso. Alle sue spalle un canalone che ci tenta a risalire per direttissima sino al sovrastante poggetto della fonte “Acquafreddella” Disciplinatamente, invece, lo aggiriamo per seguire  la via normale ed affacciarci verso la valle: i tetti rossi di Acerno spiccano nel verde; cominciano a riapparire i nostri monti: Polveracchio, le Raie, Cervialto, le Coste. Tornati però nel fitto della vegetazione non abbiamo altra vista che il sentiero che con alterne impennate affronta una salita  sempre più verticale. Il cielo è lontano e quando finalmente ne cogli la luce, là in alto, dopo un’ultima parete di terra e di alberi, ti sembra quasi un miracolo. Affretti il passo per quanto puoi, dai fondo alle ultime riserve per emergere nella luminosità più completa, temendo quasi che qualcuno o qualcosa te la possa sottrarre. E in effetti una qualche sottrazione c’è: le nuvolette del mattino hanno preso consistenza;  il versante salernitano si presenta pregno di foschia ed invia reiterati messaggi nuvolosi che si infrangono contro la cresta per andare poi a sormontare più lontano la cima. La piccola delusione non scoraggia il gruppo che riprende la sua cavalcata lungo la dorsale, che vedi serpeggiante e ritorta ed immagini tale per l’urto plurimillenario dei venti. Misteriosi boschetti di faggi essi pure contorti si alternano a dorate groppe prative odorose di origano; rocce affioranti interrompono talora il cammino. La cengia più stretta è stata opportunamente fornita di una corda corrimano. Sulla cima infine si cercherà di rubare alla nebbia la visione  del Ninno e dell’orrido ed affascinante Varco del Paradiso.

Rimane ancora confermata la nostra sentenza: l’Accellica è profondamente femmina: ama provocare, celarsi, lasciarsi un po’ vedere,  illudere,  deludere e poi ancora illudere e tentare.

E noi ancora e sempre la tenteremo.