1 Ottobre 2005 - Cronache Picentine
(1/2 ottobre 2005 – Monti Cervarulo, Cervialto e Raja Magra assieme alla sezione di Roma della “Giovane Montagna”)
Spero che nessun lettore vorrà pensare ad inammissibili nostalgie, a causa di questo titolo. Per fortuna la giovinezza è una categoria dello spirito che prescinde da riferimenti politici ed anche dalla stessa età anagrafica. La migliore dimostrazione di questa tesi è fornita dai due giorni trascorsi insieme (1-2 ottobre 05) dalla nostra Sezione e da quella della “Giovane Montagna” di Roma.
Ed invero se erano rari i ventenni (e forse anche i trentenni), abbondavano, invece, entusiasmo, vivacità e calore giovanile. E si che sarebbe stato necessario. Il caldo e dorato ottobre si presentò infatti con a sferzata di freddo che aveva ridotto il nostro pur accogliente albergo del Laceno ad un impianto di refrigerazione; nembi grevi e grigiastri annunciarono il mattino della prima escursione. Li sospingevano peraltro robusti e gelidi soffi balcanici, i quali aprivano ogni tanto il cielo ed i cuori alla speranza.
Nessuno comunque palesa incertezze. La numerosa e colorata compagnia si inerpica lungo le pendici occidentali dell’Aria della Preda, per svalicare dal Piano Laceno al Piano Sazzano. In quest’ultimo il gruppo si apre, confortato dai primi raggi, per raggiungere una delle tante braccia che il Cervarulo (contrafforte orientale del Cervialto) ti lancia a mo’ di invito nel suo versante settentrionale. Il bosco, prevalentemente di faggi, è ancora tutto verde ed alterna con sapiente armonia docili dorsali e tenere radure. I contemplativi contemplano, ma gli “economici” vibrano con i sensi tesi alla scoperta del fungo. Ne abbondano infatti, ma se molti sono gli spuntanti, pochi gli eletti, porcini. La salita si impenna e dapprima ci nasconde il cielo, ma poi ce lo svela all’improvviso dopo un ultimo strappo. Siamo sul Cervarulo, dopo tre ore di salita, sferzati dal vento facciamo ricognizione del panorama che va dal Vulture alla marina salernitana. Gli indigeni (e particolarmente l’impeccabile direttore di escursione, Roberto Bocchino) insegnano, i romani ascoltano: “Picentini omnes divisi sunt in partes tres…..” Una foto e via. Il gran Cervialto incombe minaccioso per un’altezza che sembra irraggiungibile e per una coltre di nuvole che non si decide ad emigrare. Il sentiero di collegamento fra i due monti è abbastanza agevole, ma sul più bello risuona un grido di allarme: “Un crampo! Chi, come, dove, perché, che fare?” Siamo tutti attorno all’infortunata Giuliana, ma l’intervento risolutivo è quello del “medico di guardia”, il nostro “giovane” Benito che con le manovre e le medicine opportune ti rimette in sesto la dolente e le consente di affrontare assieme a noi le ultime balze rocciose che portano alla duplice cima del Cervialto. La meta è raggiunta, ma sarebbe troppo pretendere, date le premesse, di godere anche il sole ed il panorama. Una nebbia pesante ed irremovibile e qualche goccia di pioggia gelata ci costringono a rotolare verso valle, lungo tracce fangose che celano sotto le foglie l’insidia di tondeggianti rametti. Un primo terrazzamento verde consente finalmente la sosta gastroriparatrice. Rinfrancati da essa e dal raddolcirsi del tempo e dei luoghi, riguadagniamo il Piano Sazzano discendendo un’altra piacevole pendice, cosparsa di faggi monumentali, alti e diritti. I tempi tecnici sono pienamente rispettati: dopo una rapida doccia abbiamo la possibilità di raggiungere Bagnoli Irpino per la Messa e per gli immancabili acquisti. Qualche incolto romano confonderà lo scamorzone per caciocavallo, ma è un dettaglio.
Il massimo della giovinezza e dell’ amicizia montanara viene raggiunto, naturalmente, a cena: brindisi, danze, scambio di doni, certami poetici. Le signore, sfidando il freddo, hanno sfoggiato lustrini e pajettes, altri hanno calzato berretti di lana, sino a che il vino non ha diffuso il suo calore. Fra le odi va ricordata quella che celebra la disavventura e la cura del crampo (Se in montagna giunge il crampo, sei fregato, non hai scampo …… meno mal che c’è Benito sempre pronto con il dito, col suo dito guaritore….) Fra i canti va notato quello redatto per l’occasione che, dopo un attacco faceto, ricorda a tutti che se il direttore (di escursione) è Pier Giorgio Frassati la meta ed i suoi valori umani e cristiani saranno sicuramente raggiunti. Tanto in coerenza con i connotati specifici della Giovane Montagna, associazione fondata proprio dagli epigoni del Beato.
La mattina dopo, l’ultimo colpo del freddo: le auto e le erbe del Laceno sono bianche per una consistente coltre di brina ed i computer di bordo segnalano addirittura: “pericolo di ghiaccio”. Ma presto il sole mediterraneo scioglie ogni cosa. Giungono altri rinforzi da Salerno, comprensivi (finalmente!) di due infradecenni. Il versante est della Raiamagra è presto superato e possiamo godere della sua lunga dorsale e degli ampi panorami che essa consente. E’ la rivincita sulle rinunce del giorno prima. Il momento topico è quello del pranzo: stavolta ci accoglie una sala d’eccezione: la c.d. Loggetta della Raiamagra, in faccia all’Accellica, “l’area arditissima Acellica” che svela a tutti la gloria del “Varco del paradiso” La fraternizzazione è ormai completa: ci sentiamo veramente una sola famiglia e non solo soci-cugini di sodalizi affini. Chi parla tedesco, chi napoletano, chi romano, chi di informatica, chi di architettura, chi di passate e future esperienze. Certo, è la montagna che ci ispira e ci apre, ma sono anche le doti di simpatia e di genuina umanità dei nostri amici della Giovane Montagna a creare un clima irripetibile. Siamo perciò veramente grati al suo Presidente Mario Baiocco ed a Luigi Ticci che in particolare ha pensato questo appuntamento.
Troppo breve, però, è la via del ritorno. Un ultimo scambio di saluti e di note poetiche sul piazzale di arrivo ci lascia come increduli di fronte alla realtà del distacco.
E’ peraltro sicuro l’impegno di un nuovo incontro e, più ancora, l’auspicio che mai finirà la nostra giovinezza.
