10 Dicembre 2005 - Cronache Picentine
(Da Piano Laceno a Piano Migliato)
E con la fine dell’anno anche i marittimi Lattari hanno riavuto la neve.
Pronti, dunque, a chiudere degnamente un 2005 ricco di sciate, con il solo imbarazzo della scelta. Le balze intorno ad Acerno, le valli sottostanti al Terminio o addirittura la pedemontana Castiglione del Genovesi-Gaiano, come avvenne già nel favoloso 1985? Quell’anno, anzi, si sciò lungo i binari della ferrovia da Baronissi a Mercato San Severino. Tanta neve, peraltro, destava una qualche preoccupazione per la viabilità. Rebus sic stantibus, al primo chiarire della mattina del 31, constato il perdurante grigiore del cielo, si optò per la consueta soluzione del Laceno, stazione garantita da molteplici transiti di spazzaneve e di veicoli. Non sarebbe stato peraltro necessario. Appena in auto ci accorgemmo che la gelida tramontana si era mutata in un tiepido libeccio e che la neve si era stracciata in miseri residui che cercavano scampo nelle cunette e sotto i gard-rail, quasi cartacce e pannolini gettati via da barbari automobilisti. Meglio così, pensammo con poca lungimiranza. Il rovescio della medaglia si rivelò invece quando sbarcammo al Laceno: il bianco elemento, a quella quota, durava ma “quantum mutatus ab illo” E qui è d’uopo il presente storico. Gli sci, appena calzati, inesorabilmente affondano nello strato ancora spesso: si fatica ad ogni passo, come sulla rena, senza potersi minimamente abbandonare: è la realtà della neve pesante. Ciò sotto i nostri piedi. Sulla testa (e sulle spalle) pesa invece una pioggerella fitta e costante che mette a dura prova il goretex ed ogni altra lega presuntamente impermeabile. Non ci sono tuttavia, né indugi né tentennamenti. La pattuglia, composta da sei elementi, si avvia allineata, con una fila disciplinata e decisa. Ancora una volta la Land Rover dei fuoristradisti della domenica ci raggiunge e ci sorpassa ed il nostro istintivo disappunto si trasforma in inconfessata gratitudine. In qualche modo ci ha battuto la pista, ci inseriamo pertanto nelle tracce dei suoi pneumatici procedendo goffi a gambe strette, ma comunque senza affondare. Guardiamo con nostalgia ed impotenza gli ampi spazi innevati che si aprono al nostro lato sinistro, nello sconfinato Piano Acernese. Le sue sabbie mobili dobbiamo evitarle e contentarci dei venti centimetri tracciati dall’odiato mezzo meccanico. Velari di nebbia sospinti dal vento meridionale ci accolgono al Colle del Leone ed a stento ci lasciano intravedere le possibili vie alternative di destra e di centro che, quali ingannevoli sirene, ci inviterebbero a sprofondare di nuovo. Non possiamo che buttarci a sinistra (Totò docet!) per continuare ad approfittare della neve battuta. Altri due fuoristrada ci raggiungono e la battuta comincia a diventare greve, ché ad ogni passaggio lo strato pressato si assottiglia e la neve imbastardita dall’acqua comincia a lasciar trapelare il grigio dell’asfalto. Vanamente le fanciulle del gruppo invitano i giovani autisti a scendere dai loro mezzi ed perdersi con loro nel bosco. Non c’è più spirito di avventura né cavalleria. La moderna cavalleria del resto è automontata. Ed i giovani, automontati restano e con il sedere al caldo se ne vanno. Noi proseguiamo imperterriti, anzi uno no, uno si dichiara soddisfatto delle abluzioni sinora lucrate e vola rapido al caminetto della Lucciola. Le fanciulle invece fuggono avanti assorte in un fitto cicaleccio; tentiamo invano di raggiungerle per fermarle allo storico bivio di “Cada macaco” (vedi puntate precedenti) Macchè, superato il bivio, superato il valico, superate le prime curve in discesa verso il Piano Migliato, le agognate e sinuose figure non emergono. Vani sono i richiami, che sembrano tornare indietro, come respinti dal muro della coltre nebbiosa. La pioggia non ha più dove insinuarsi e fermarsi a ripulire gli occhiali è fatica inutile. Quando siamo ormai rassegnati ad andare fino in fondo (Piano Migliato) ed ad affrontare quindi il ritorno in risalita nella neve pesante, eccole lì dritte e ferme al centro della strada, nell’amena valletta del “Fondo di Pistola”. Parlottano e rosicchiano biscotti con la beata indifferenza della gioventù. Indifferenza fino ad un certo punto. Sono anche loro infreddolite e fradice ed accolgono di buon grado l’ordine di dietro front. Un sorso di tè caldo e via. La risalita al Colle delle Radici è abbastanza breve e dopo ci aiuta la lieve pendenza in discesa verso il Colle del Leone. Ci aiutano ancora le maledette-benedette tracce dei fuori strada, ma gli sci grattano talora l’asfalto. La pioggia comincia a diminuire, ma ormai è troppo tardi. Bivio del Cupone-Tannera, bivio del Cervialto, trivio del Colle del Leone. Qui ci attende una delusione. La più decisa discesa che aspettavamo per procedere leggieri, in scioltezza, si rivela impraticabile. Troppi mezzi sono passati ed hanno messo a nudo l’osso della strada. Siamo pertanto costretti ad andare sulla neve vergine (si fa per dire, l’ha persino fecondata la pioggia) ed a spingere anche in discesa.
Chi ci riesce meglio, chi peggio. Procedendo piano però abbiamo modo di cogliere una suggestione nuova, una delle tante, del generoso Piano Acernese. La pioggia è cessata e la nebbia si è un po’ sollevata. Ne deriva un singolare contrasto fra la cortina grigia che staziona sulla mezza costa del Cervialto ed il bianco della neve che appare a questo punto quasi splendente di luce propria, nella perdurante oscurità del meriggio. Ci vien fatto di ricordare che anche la luna splende nell’oscurità del cielo con una luce che sembra propria, ma propria non é. Il tutto è sottolineato dai rami sventaglianti dei faggi, che si stagliano accesi di ruggine, tra il bianco ed il grigio.
Ancora una volta il domestico richiamo del cellulare rompe l’incanto. Ingarbugliandomi tra guanti, racchette, zaino e quant’altro, invece di riuscire a rispondere riesco a bloccare definitivamente la tastiera. Il piccolo incidente ed il fatto che il gruppo si è ormai sgranato in lunghi intervalli, mi fa sentire ancora più solo, irraggiungibile, incomunicante e sperduto in ispazi sconfinati e deserti. Questa naturalmente è la retorica e la fantasia di un povero pedone della montagna, capace di intravedere l’infinito dietro l’angolo di casa. La realtà, invece, è che dietro l’angolo c’è il nostro consueto Bar campo base dove siamo ben lieti di riparare per le desiderate operazioni di svestizione, rivestizione ed asciugatura al caminetto. Operazioni queste (e peggio ancora la lotta con un portasci astruso e bizzoso) quasi più faticose della marcia in neve pesante.
Faticosa, poi, ma chi l’ha detto? Se la neve è pesante il cuore è leggero!
