6 Gennaio 2006 - Cronache Picentine
(Piano di Verteglia – Coste del Sassosano)
Un itinerario in montagna, a piedi o con gli sci è un itinerario: per quanto ridotto deve avere una meta, vano e frustrante essendo vagare senza un obiettivo finale, disegnando arabeschi fra boschi e praticelli, secondo il deprecato costume dei cercatori di funghi. Eppure ieri, 6 gennaio 2006, eravamo pressoché disposti ad un simile accomodamento, complici vari fattori: la festività dell’Epifania che rendeva doveroso un più decente rientro nel seno della famiglia per il rituale scambio di doni, una certa stanchezza psico-fisica da cumulo di pranzi e cene, la minaccia del traffico infestante. In questa prospettiva si era optato per il prossimo Terminio, meta del resto di tutto rispetto dal punto di vista delle opportunità sci-escursionistiche.
Il suo scenario non ci deluse. La strada dell’andata (essendo i turisti della domenica verosimilmente tra la braccia di Morfeo o tra le calze dell’ amata vecchina) era splendidamente deserta, se si esclude una placida colonia di bovini quietamente impegnata a frangere le residue castagne cadute; i toni rossicci e quasi autunnali ci accompagnarono fino ai mille metri per lasciare poi il posto ai brillanti ricami della neve ghiacciata che avvolgeva e punteggiava alberi e rami. Ogni tanto una spolverata sfuggita allo spazzaneve ci imponeva prudenza, ma non appariva cospicuo il manto sui pianori, punteggiati com’erano da qualche rogna verde e marroncina. Il Piano d’Ischia e quello di Verteglia erano comunque splendentemente bianchi, così come bianchi e cristallini restavano gli alberi.
Siamo giunti: un’amplissima distesa verde-azzurrina occupa gran parte del piano ed un’ inclita e freddolosa ospite di un vicino albergo ci chiede: “Ma quello è un lago?” Gli esperti sciatori rispondono zelanti: “Purtroppo no e domani sarà già terra”. Il sole infatti principia la sua opera, opera che al momento ci è gradita, giacché ogni tanto anche un po’ di tramontana si infila tra nuca ed orecchie. Qualcuno si attarda nel bardarsi, altri più lesti ed impazienti si espandono cupidi nel vasto circolo, quasi rammaricandosi di non poterlo possedere interamente, metro per metro, centimetro per centimetro. I ritardatari costringono gli impazienti a tornare indietro più di una volta: cominciano i primi arabeschi nell’ampiezza del piano. Gli arabeschi aumentano per la necessità di aggirare qualche rivolo di fusione, anche se i più decisi li attraversano impavidi, scrutandone il fondo di erbetta sommersa e viva. Chissà che non appaia una pepita. Ma se non c’è l’oro ci sono i diamanti: quelli, infiniti, che il sole fa luccicare sulla superficie nevosa scorrevole e cristallina. Scivoliamo dunque leggieri sul prezioso tappeto, sino alla prima salita. Non questa, ma la successiva ripida discesa ci turba. Chi scaletta, chi toglie gli sci. La perplessità aumenta perché la meta era un più alto pianoro e qui invece stiamo andando sempre più a fondo. Il vecchio alpino, dritto e fermo tra i faggi alti e monumentali, ci fa notare l’incongruenza. Ha ragione e glie ne do atto: dietro front ed ulteriore arabesco. Con umiltà e pazienza ripercorriamo la via dell’andata fino al margine orientale di Verteglia e ci rendiamo conto dell’errore. Per evitare un fitto e fastidiosissimo limite di filo spinato avevamo saltato il primo bivio, quello giusto che mena al lato del Sassosano e ci eravamo inoltrati invece nella valle successiva, a fianco del Cercetano. Cavalchiamo dunque le più agevoli ondulazioni del corretto itinerario, non senza abbozzare un ennesimo arabesco verso un’ altra via di fondo valle che lasciamo ben presto, siccome essa pure calantesi verso l’ignoto. Attingiamo infine il noto pianoro che trovasi alle spalle del Sassosano e dal quale è dato sporgersi a picco sulla conca di Montella. Ma non ci affacciamo. Con provvidenziale intuito il vecchio alpino si inoltra verso sud lungo un sentiero di mezza costa, ancora sciabile. Affiorano ai lati appuntiti massi grigiastri che riconosco quali vecchi amici di una passata escursione. Il cielo si fa sempre più vicino e ci spinge a salire, con gli sci o senza. Riusciamo peraltro a conservare i legni quasi fine alla fine, scalzandoci solo per l’ultimo strappo. Senza dircelo e senza saperlo ci siamo rivolti ad una indefettibile meta, meta che non abbiamo programmato ma che la montagna stessa ci ha offerto, con attrazione tacita e possente.. C’è tuttavia il misogino che tetragono le resiste. Si affaccia appena sulla dorsale e pronuncia il suo rifiuto: “Io ritorno al pianoro, vi aspetto lì”. Lo lasciamo al suo Aventino, siamo troppo presi dal luogo e dall’ora per provare un qualche disappunto. Di fronte a noi un “mont-blanc” irto di giovani faggi ci preclude la vista immediata ed integrale dell’Accellica, ma ne individuiamo la parte estrema del braccio occidentale. Nubi vaporose e spesse coprono il Cervialto e la Raiamagra, ma la Scannella e la Licina sono ben visibili, così come è netto il triangolo rovesciato del Cancello di Sinicolli, oltre il quale sfuma lontana una fetta frastagliata di Alburno. Più vicini e più chiari si stagliano ad ovest i tre bastioni principali del Terminio. L’ identificazione delle cime e dei luoghi non avviene senza dispute fra gli esperti, talora fuorviati dalla relativa novità del punto di osservazione. Il tutto fa parte del giuoco e corrisponde ad una inconscia e sottile volontà di straniamento, di immergersi in un mondo sconosciuto, di guadagnare l’ ”altrove”. In questo clima accogliamo festanti i richiami di alcuni ragazzi inopinatamente saliti su di un vicino contrafforte della stessa montagna. Li ritroveremo giù nel primo pianoro per uno scambio di esperienze e notizie. Con loro è anche il nostro dissidente che non manca di osservare che sarebbe stato più utile, per i meno esperti del gruppo, di fare un po’ di allenamento, invece di perdere tempo a guardare le nuvole. “Tot capita”……. La discesa a Verteglia, allietata dallo sfarfallio della neve che sfiocca dagli alberi, è in fondo breve, ma gli oltranzisti non si arrendono: invece di attraversare il piano si inventano una piacevole deviazione verso l’omonimo rifugio ed il laghetto dell’Acqua delle Giumente che resiste, questo si, anche d’estate, costituendo una provvidenziale oasi per le mandrie assetate. Risaliamo di qui all’asfalto ed al cemento di un Ristorante, per un pregresso appuntamento con i familiari del dissidente. Questi peraltro è recalcitrante ed a buona ragione. Il passaggio dalla solitudine e dalla purezza delle nevi immacolate al mondo “normale” è da incubo. Autovetture in parcheggio alveolare, gas di scarico a go-go, fumatori assatanati fuori dell’uscio dell’esercizio, il locale multisala e multipiano zeppo di tavoli e di fumi grassi, file di persone alla toilette. Quello che più colpisce è che la folla degli avventori nonché apparire allegra e festante, sembra per lo più cupa e rassegnata, come per un atto di doverosa e rituale presenza. Il mio amico del resto non entra nemmeno, sono solo io a cercare invano i suoi familiari. Apprenderemo dopo che erano confusi in un’ennesima sala del poliedrico locale. Ci salva il vecchio alpino che si era appartato (lui pure) per fumare l’ultima sigaretta e ci ha raggiunto in auto per portarci via dalla pazza folla. Siamo peraltro inseguiti dalle canzonette di un altro Ristorante che già dalla prima mattinata aveva spiegato i suoi volumi per attrarre sedentari avventori.
Ma noi, “atletici e puri”, non abbiamo posto nella nostra mente per i fumi, i rumori e le turbative, fastidiosi, ma piccoli inconvenienti umani a fronte della grandezza della natura.
Noi, infatti, anche oggi, sia pure con qualche arabesco, abbiamo raggiunto la nostra meta.
