14 Gennaio 2006 - Cronache Picentine
(Piano d’Ischia – Rifiugio Uccelli- Acua delle Logge – Rif. uccelli Campolaspierto)
Dicesi diagramma la rappresentazione grafica di un fenomeno o di una situazione (Vocabolario italiano De Felice – Duro – Ed. SEI 1993) I diagrammi che a noi interessano sono, naturalmente, quelli altimetrici. Avevo quindi da qualche parte, ben annotato, il profilo altimetrico del classico tracciato sci-erscurisonistico Piano d’Ischia – Rifugio degli Uccelli (Massiccio del Terminio, per gli ignari) e più che altro l’avevo in mente, per averlo battuto più volte.
Eppure il percorso, ieri 14.1.2006, non ha mancato di riservarci qualcosa di nuovo ed inaspettato. E’ appunto il bello della montagna in diretta.
Ma procediamo con ordine. La compagnia è piuttosto articolata e divisa negli obiettivi. Il “principe” e la consorte punterebbero sul soft, temendo gli ardori e le arditezze (?) di chi scrive. Il vecchio alpino è rigido sulla sua variante di valico: Campolaspierto-Rifugio degli Uccelli et non plus ultra. Il sullodato autore, ovvero lo Stakanov delle nevi, ritiene imprescindibile l’obiettivo della “Sbarra di Volturara,” ben oltre il rifugio degli Uccelli, oltre lo stesso rifugio dell’Acqua delle Logge. Con questi presupposti la compagnia, giunta al Piano d’Ischia, si divide subito, ma si dà appuntamento al primo rifugio.
L’ambiente è semplicemente incantevole. Una provvidenziale nevicata ha arricchito la via di uno strato abbondante ma non troppo soffice, quel tanto che basta per non scivolare all’indietro in salita e per non appesantire gli sci di crescenti zoccoli attaccaticci. La neve inghirlanda i rami con fantasie sempre più copiose e varie e ti offre invitanti gelati da passeggio che, appunto passeggiando, puoi golosamente suggere dalle appendici vegetali che ti accarezzano il viso. Tutto è bianco, un bianco che più bianco non si può. Non affiorano stavolta fastidiose pietre o rami spezzati. Tutto è bianco ed immobile, anche il cielo che, in quanto velato, distingui a malapena tra gli alberi come elemento diverso dalla terra e dal bosco. Si sale agevolmente, con qualche rara spina di pesce. Del pari, l’ondulazione relativa del primo tratto offre poche occasioni di agili discese. Dopo un’ora ed un quarto i primi conquistano il Rifugio degli Uccelli, strategicamente piazzato in una radura che si apre verso le alte cime del Terminio. Godiamo dell’apertura e dell’intenso candore del poggio aspettando gli altri. Man mano arrivano tutti e riprendono le trattative. I nobili hanno già concesso troppo e dopo un breve ristoro ritorneranno indietro (Campolaspierto) Il vecchio alpino ci seguirà per un po’, fino alle discese “terribili” ma poi rifarà tappa al rifugio, chiuso, ma fornito di anticamera con camino. Quivi ci attenderà accanto al focolare da lui acceso con gli opportuni supporti cartacei, dei quali ha caricato lo zaino di un paziente amico. Riprendiamo dunque la via verso nord. Una via fatta tante volte ma ora più che mai suggestiva. Il bosco non è né troppo fitto né troppo rado; i faggi secolari svettano pur sotto un grave carico di neve; la strada si confonde con le radure ed ogni tanto dobbiamo riflettere per riconoscerla, ammantata ed immersa com’è in un unico scenario da fiaba. Le ondulazioni continuano ad essere dolci e godibili, ma all’improvviso il diagramma (eccolo!) si impenna e si impenna all’incontrario. Poco vediamo oltre la punta degli sci e soprattutto non vediamo piazzole di sfogo né a lato (scarpata ripida) né di fronte. Cominciano i penosi scalettamenti, per chi più, per chi meno. Certamente meno sono per l’agile gazzella del gruppo; di più per chi ha un carico di anni e di pregressi acciacchi. Ancor meno per il vecchio alpino che, pur validissimo, tiene fede al suo programma di ritorno ed attesa al focolare. A lui affidiamo anche il meno esperto del gruppo che ha nel suo curriculum solo qualche decina di km, a fronte delle centinaia percorse dagli altri. Insomma (e lo rivelo con imbarazzo) restiamo solo in tre a disegnare il diagramma. Dai 1400 m del Rifugio degli Uccelli caliamo di almeno cento metri con pochi e brevi respiri pianeggianti. Ci attende un primo valico che ci riporta a quota 1380 e ci infligge poi un’altra troppo scorrevole discesa. La neve fresca attenua in qualche modo l’effetto pendenza, ma non più di tanto. Più di un punto ha subito il soffio della tramontana con ovvie conseguenze. Seconda risalita, non si sa se più faticosa della prima; seconda discesa questa si più ripida della prima e con tornante incorporato. Qualcuno ( e qui l’imbarazzo diventa colossale) toglie gli sci e saltella ingloriosamente, affondando ad ogni passo. La valletta dell’Acqua delle Logge e l’omonima casa forestale (rigorosamente chiusa) ci annunciano finalmente il termine delle più grosse pene. Il rivolo che scende dalla fontana di pietra solca appena la neve alta. Lo guadiamo agevolmente, tesi alla meta, volutamente dimentichi del custode del focolare che ci aspetta. A nord, a nord, ancora per salite, ancora per discese, ma più abbordabili. E il Nord o meglio il nord-est si fa sentire e vedere. Il cielo da bianco diventa grigio cupo e soffia il vento dei Balcani, figlio di quella perturbazione ci ha regalato la neve che tanto desideriamo. Dalla balconata ove giungiamo (e dove fino a poco tempo fa era la sbarra che chiudeva la via) si vedrebbe tutta la piana di Volturara con il suo castello-convento di San Michele; lontano ad ovest si vedrebbe il Vesuvio; a Nord ovest il Partenio e il Matese. Si vedrebbero, ma stavolta non si vede niente. Per questo motivo, per la “tirannia del tempo” (sono le 14,30) e per le salite che ci attendono, facciamo un immediato dietro front. In soli 20’ risiamo all’acqua delle Logge e giocoforza affrontiamo il diagramma all’incontrario. Non guardiamo in su ma spingiamo un passo alla volta, facendo finta che sia l’ultimo. Nemmeno possiamo prestare attenzione al perdurante incanto del bosco, concentrati come siamo nella fatica. Tornante, primo valico, breve discesa, secondo valico. Finalmente. La discesa successiva (in questo senso di marcia più abbordabile) ci dà consolazione e fiato, di guisa che quando ritroviamo le salite finali che menano al rifugio degli Uccelli siamo rinfrancati. Lo siamo anche per la prossimità della meta e la bellezza dei luoghi che qui tocca il suo punto più alto. Pure in riserva di energie, vorremmo inoltraci ora a destra ora a sinistra, fra quelle colonne che promettono siti da favola, vorremmo danzare tra quei festoni inghirlandati, vorremmo incontrare le magiche creature della foresta. Non incontriamo invece, nemmeno il vecchio alpino. Il rifugio è deserto ed il fuoco si è spento. Nondimeno ci accomodiamo sulla pietra dello scalino, dopo esserci intabarrati con tutto il disponibile, e tentiamo di mandare giù una colazione che sembra estratta dal freezer. Ci aiuta lo contemplazione della tondeggiante ad armoniosa balza del Collelongo, affollata di faggi che spiccano numerosi ed infiniti, evidenziati come sono dalla neve che ne punteggia i rami. Il freddo fa il suo mestiere, siccome non contrastato dal sole. D’altronde si avvicina il tramonto: sono le 15,45. Via dunque, dopo aver tentato di ripulire, rispettivamente, gli occhiali dagli aghi e gli sci dalle placche di ghiaccio. Le dita cominciano a congelarsi. Muoversi, muoversi. Ma questo è il nostro sci, selvaggio ed arrangiato; dove sono i rifugi delle Alpi, riscaldati e forniti di ogni ben di Dio?
Ci dirigiamo verso Campolaspierto, secondo punto di appuntamento con gli altri. La strada è più stretta e meno agevole, correndo incassata. Dopo poco però si apre in un magnifico belvedere, di fronte alla gloria della multiforme Accellica, che qui si presente tutta raccolta su sé stessa, confusa nelle sue braccia, appena coronata dalle nubi, ma pure indorata dal sole del tramonto che qui riappare. Non possiamo contemplarla a lungo, ma cerchiamo di fissarne l’immagine, quale sinfonia finale del concerto che abbiamo sentito. Ancora discese, ancora qualche scalettamento. Alla nostra sinistra, parecchio in basso, il piano d’Ischia solcato dal verde-azzurro cupo di diversi rivoli di fusione. Noi invece puntiamo diritto ad ovest, sul più elevato Campolaspierto che sembra non finire mai (in cauda venenum) e si presenta ghiacciato. Alla nostra destra un altro imponente versante del Collelongo, picchiettato di ruggine e faggi. Prevale il bianco o la ruggine? Non sfidiamo con questo lezioso interrogativo la pazienza dei nostri amici che ci hanno lungamente atteso. Sono quasi le diciassette. Per fortuna sono loro alla guida. Così, buttati sul primo sedile chiudiamo gli occhi e confondiamo beati nel ricordo due disegni: quello stupendo della natura e quello puramente matematico del diagramma altimetrico che abbiamo strenuamente tracciato.
