28 Gennaio 2006 -

Il giorno delle ombre lunghe

 (Ancora da Laceno a Migliato)  

E’ mattino. L’ombra sembra generale e non è né lunga né corta, ma semplicemente diffusa, essendo il sole offuscato da un’alta ma spessa caligine, ferma nell’aria immobile.

Ne siamo in qualche modo lieti, poiché il nuvolo è stato portato dalla ventilazione mediterranea, che ha scacciato il gelo dei giorni scorsi. La neve infatti è morbida e trattabile. Anche troppo, ma lo accettiamo di buon grado, a beneficio della principiante del gruppo. Si, una principiante, finalmente. Per la verità avevo da tempo smesso di seminare, stanco per gli inviti andati  a vuoto, deluso per le ripulse e mortificato per lo scetticismo tributati alla mia disciplina, che mi ostino a ritenere la più eletta per chi veramente  ama la neve e la montagna. Stavolta, invece, la principiante c’è. Ci sono voluti quasi tre anni di corteggiamento, ma c’è e calza le vetuste scarpacce, che già  tanti piedi,  più o meno gentili hanno sofferto. Le calza ma deve subito toglierle e rimetterle per meglio aderirvi con uno spesso paio di calzettoni. I primi passi sono naturalmente rigidi ed impacciati oltre che confortati dai buoni consigli: “Spingi il piede, sfrutta la spinta, non camminare, scivola, ma non troppo, piegati ma non chinarti, sciogliti ma non abbandonarti, fermati ma non fermarti, guarda ma non guardare….. E‘ un miracolo che  sotto il peso di tante e tanto coerenti nozioni l’allieva non si sia già esibita in pittoresche capriole.

Si procede in ordine sparso verso l’immancabile nodo di Colle del Leone; al di là di esso sceglieremo la meta. L’aria si chiarisce e distinguiamo netti i baffoni dell’amico avellinese che con la sua pattuglia scorrazza su e giù per il Piano Acernese. Affrontiamo tutti tranquilli (principiante compresa) la salita del primo valico, al di là del quale ci attende però la superficie nera di un funesto asfalto. Con l’ottimismo della volontà incito i compagni ad avere fede e dopo breve esplorazione condotta sull’esile filo bianco di una cunetta posso annunciare la ripresa del mantello, precario all’inizio, ma via via più comodo e consistente. Ci confortano del resto le tracce dei nuovi sci del lupo solitario che ci ha preceduto. Mancano, meno male, i fuoristrada della domenica. Abbiamo dunque optato per la direzione est ovvero per il pianeggiante percorso del Migliato, doveroso essendo il riguardo per la principiante e prevalendo altresì la moderazione negli umori del gruppo. Persino chi scrive, reduce dalla  gelata ed ostica direttissima del Cervialto dello scorso sabato, che ebbe a stroncare più di uno di noi, non ha voglia di acrobazie.

Larghe e sinuose si avvicendano le anse stradali immerse nel bianco più assoluto. Non lo rompe infatti più di tanto il bigio degli esili tronchi, affatto spogli di neve; spicca solo ogni  tanto la rossa cornice di un raro segnale stradale cui fa da contrappunto il  festoso vermiglio degli attacchi dell’amico che mi precede.

L’immobilità dell’aria e l’uguale continuità del passo producono l’immancabile rivisitazione manzoniana: “Non tirava un alito di vento. Il mondo sembrava liscio e piano e sarebbe parso immobile, se non fosse stato per i pon-pon del berretto peruviano di una graziosa sciatrice che le ballonzolavano di sopra al seno….”

Mi scuoto da questa sorta di ipnosi ed incoraggio l’allieva, che lo merita. Ma guai ad indicarle una cima o un panorama. Femminilmente ancheggia e mascolinamente cade. Ci facciamo in quattro per sollevarla.  Incrociamo il lupo solitario che già ritorna e ci annuncia che il valico (di Colle delle Radici m.1320) è vicino. In effetti abbiamo proceduto in lieve salita, ma non ce ne siamo accorti. La principiante ci chiede ansiosa della discesa che, naturalmente, dopo il valico l’aspetta. La rassicuriamo prodigandoci in consigli.  Si riveleranno inutili per la dolcezza della pendenza e la morbidezza della neve. Comunque cadrà, non per la discesa o durante di essa, ma dopo, nel momento dell’orgoglio ovvero dell’ ”ubris”, come è giusto che sia.

Si allargano ai nostri lati reiterate radure: sono quelle del Fondo di Pistola e del Piano Migliato di Bagnoli, da non confondere con quello, ben maggiore, di Calabritto, nostra meta finale.

Il cielo va sempre più chiarendosi ed il grigio sfuma in un colore indefinibile che non è ancora azzurro ma promette di esserlo. In ogni caso, quello che era un grigio compatto si rompe e si sfiocca in strie biancastre cui potrebbe darsi il nome di nuvole e fra le quali occhieggia qualcosa di cilestrino.

Ma a Piano Migliato la natura premia e sottolinea il traguardo. Fra strie, sfumaure, velacci e cortine, finalmente sfora un pur timido sole, tenue, ma sufficiente a proiettare le nostre ombre nella immensità del pianoro. Ci allieta altresì una sorta di zefiro che non vogliamo pensare primaverile per non presagire un qualche anticipo della stagione che porrà fine al nostro agone bianco.

E’ invece una nota di allegrezza che ci spinge leggeri verso la costruzione da noi eletta a rifugio.

Sul suo muretto antistante viene imbandito un simulacro di tavola, ad onta del copioso stillicidio che ruscella dalla sovrastante tettoia. Per evitarlo qualcuno si accuccia su di uno scampolo di prato, emerso dalla neve in forza del flusso vitale di un grande faggio.

Pur mancando l’amico-sempre-in piedi, caduto sulla via del Cervialto, non indugiamo più di tanto. Lunga è la via del ritorno e sappiamo che non avremo il conforto di agili discese, anche se gli sci dell’andata l’hanno assestata in qualche modo. La diversa prospettiva del ritorno ci porge i gradevoli e noti scorci di un lontano tratto di mare che fa dorato capolino tra le pieghe dei più avanzati contrafforti picentini, delle due cime dell’Accellica, di tutte e tre le Raie schierate in ordine, fasciate di verde-azzurro e di bianco.  L’allieva guarda e come da copione cade, ma ha imparato a rialzarsi da sola. Ridono le sue scarpe, aprendo una larga ed esausta bocca  fra la suola e la tomaia.  

Al Colle del Leone, invece di seguire la strada, togliamo un momento gli sci per calarci subito nei piani sottostanti: Piano dei Vaccari, anticamera, Piano Acernese, immenso salone. Li percorriamo allargandoci in ampi giri per ritardare il rientro, Seguiamo le volute disegnate dai nostri amici avellinesi, indugiamo per individuare l’antenna che sormonta il Cervialto, salutiamo da lontano due ragazzi fermi a contemplare i loro cagnolini che (come noi, ma non come loro) impazzano sulla neve.

Dietro di noi la luce del tramonto, appena contrastata da una sorta di zeppelin che le nubi disegnano sul Colle del Leone,  insiste vivida e proietta  sempre più lunghe e fantastiche le nostre ombre sul piano.

Le inseguiamo con struggimento, come per afferrarle e fermare in esse la  proiezione del nostro anelito di  serbare lunga ed eterna la stagione della neve.