4 Febbraio 2006 -

Segnali di fumo sul Polveracchio

(dalla Caserma del Gaudo al Rifugio di Senerchia, per i Piani di Stattea)  

Che c’entri il fumo con una giornata sulla neve e di quale fumo si tratti,  permettetemi di spiegarlo alla fine, o quasi. Per ora basti sapere  che eravamo impazienti di tornare al “nostro” Polveracchio, teatro principale e gettonatissimo delle nostre escursioni sugli sci. Si, poiché senza nulla togliere agli altri scenari, da sempre sappiamo che il Polveracchio è…….. il massimo che c’è. Massimo per completezza e varietà di aspetti, massimo per la molteplicità di itinerari che offre, massimo poiché quando altrove la neve manca, quando la siccità o la primavera fanno valere i propri diritti, il Polveracchio resiste e garantisce l’ultima, abbondante, riserva. Ciò per un motivo molto semplice. Mentre le altre montagne (della nostra zona di operazioni) – come è di regola – sono più larghe e praticabili in basso e si assottigliano verso la cima, il Polveracchio segue una contraria logica. E’ più ripido e disagevole alla base ma, man mano che sali, si addolcisce in piacevoli ondulazioni e morbidi pianori. In più, il suo versante di nord-est opportunamente aperto verso le perturbazioni balcaniche riceve e conserva sugli altipiani il contributo nevoso.

Forti di queste certezze ed ansiosi di rivisitare un vecchio amico, eravamo ben consapevoli e disposti di fronte all’inevitabile pedaggio che esso peraltro richiede. Vale a dire che la strada di accesso a quota bassa (m.1029) comporta una o più marce di avvicinamento pedestri per guadagnare un innevamento costante. D’altronde, se la neve fosse già a quota mille, alla base di partenza (Caserma Forestale del Gaudo, sulla via Piano del Gaudo – Calabritto) non si arriverebbe nemmeno, per la impraticabilità della  strada carrozzabile.

Consapevoli di tutto ciò e trovata interamente sgombera la strada proveniente da Acerno, abbiamo affrontato a cuor leggero il pedaggio. A cuor leggero, si fa per dire. In verità ci eravamo quasi dimenticati del sale  di quelle scale. Appena scesi dalla macchina, bardati di sci, scarponi da neve e scarponi di ricambio, infagottati per la prima sensazione di freddo, ci siamo trovati di fronte un muro scivoloso impastato di foglie, fango e neve. Solo alcuni (tra cui il noto lupo solitario) avanzano indenni. Altri affannano, sudano,  tentano di districarsi tra sci bastoncini e rami, si attardano a spogliarsi dei panni divenuti insopportabili, con l’angoscia di perdere il contatto coi primi.

Per fortuna stavolta la neve è abbastanza bassa. A quota 1200 già abbonda ed al primo porto, ovvero al primo contatto con la strada sterrata, possiamo già calzare gli sci abbandonando gli scarponi da marcia. La pendenza è comunque sostenuta. Sbircio sott’occhi la reduce ovvero la vecchia – vecchia di iscrizione ma non di età – caina che dopo un decennio lavorativo al nord è ritornata in patria, manifestando perplessità per non aver coltivato in questo periodo la nostra ruspante disciplina. Preoccupazione infondata. Se la cava benissimo, anzi nel più serio ambiente alpino le hanno insegnato quella tecnica che noi autodidatti (specie chi scrive!) non possediamo. In breve guadagniamo quota poiché la strada è ancora tutta in salita e non consente di rifiatare.  Riconosciamo in una simpatica conca il prato degli agli che tante volte ci ha accolto nelle passate primavere. Degli agli naturalmente non è rimasto nemmeno il profumo, poiché il generoso manto  della neve tutto cancella e trasfigura: pietre, agli, fiori, foglie, rami, cose belle e cose meno belle. E’ un’opera provvidenziale di purificazione e di pace che consentirà poi la rinascita.

Senza lasciarci distrarre da questi filosofici pensieri, imbocchiamo il bivio giusto dopo la conca e saliamo ancora in difficile pendenza per valicare dopo poco l’ampio canalone del Fosso dei Palesi (o Patesi: le carte sono in disaccordo) Riappare alla nostra destra il Cervialto un po’ livido, siccome imbronciato di nubi, ma non mancano squarci più promettenti. A quota 1500 siamo finalmente al “salottino” di Antonella (uno dei tanti appellativi con cui al tempo stesso contrassegniamo siti anonimi e gratifichiamo i nostri compagni), preludio di minori asperità. Ma le pendenze più agevoli non verranno che dopo il cavo metallico sopravvissuto ad una vecchia teleferica e dopo un intrico di rami piegati dalla neve che ci costringono a noiosi slalom. Per fortuna c’è il robusto compagno acernese che precedendoci riesce talora a svellerli od altrimenti a spezzarli.

Finalmente sugli altipiani, scivoliamo rilassati, confortati da un manto scorrevole e sempre più compatto e abbondante. Quest’abbondanza la conosciamo bene, ma non cessa mai di stupirci: ci chiediamo ogni volta come essa sia compatibile con la sua relativa vicinanza al mare ed alla pianura tiepida ed inquinata che abbiamo  lasciato da tanto poco. 

Giunti all’importante crocevia costituito dal c.d. Bivio di Pasquale (a destra per i Lagarelli, a sinistra per il Rifugio di Senerchia) optiamo per la seconda soluzione, meno impegnativa. E’ tardi e la stanchezza si fa sentire e poi la “reduce” aveva chiesto grazia, alla partenza. Inutile dire che lei, oltre che l’indigeno, sono i più pimpanti e che le difficoltà sono invece di qualcuno che si riteneva esperto e si produce in disonorevoli cadute alle prime curve strette della discesa.  Le curve, meno male, sono poche. Agevoli e panoramici rettilinei ed amene vallette svolgentisi tra gli alti faggi ci conducono come su di tapis roulant fino ai Piani di Stattea, aperti ai raggi di un pallido sole che anche questa volta giunge a sottolineare il prossimo traguardo e ad esaltare i bravi che  hanno saputo raggiungerlo. Il traguardo è il rifugio di Senerchia (m.1462) Ci accomodiamo sulle sue panche esterne o meglio su quella parte di esse che emerge dal metro di neve che le circonda. Di fronte a noi, imbiancatissimo ed appena punteggiato di faggi, l’ elegante mole del Monte della Croce. Più in là l’alta Valle del Sele, grigia nella bruma. Il sole infatti ha fatto solo una rapida comparsa e ci ha lasciato al freddo. Non rinunciamo tuttavia ad imbandire la tavola estraendo dagli zaini tutto il possibile. Siamo intirizziti però e più di uno è zuppo per la neve incamerata con le ingloriose cadute. Un groviglio di legna asciutta che qualche anima pia ha accatastato nell’anticamera del rifugio (chiuso, ovviamente) fornisce ad un tempo la soluzione dei nostri problemi e la spiegazione dell’ oscuro titolo di queste righe: il socio acernese capace di tutto , beato lui, riesce a reperire anche rametti secchi e foglie; con la carta delle colazioni e con un provvidenziale accendino e soprattutto con la sua abilità arriva in breve ad avviare la fiamma. In un attimo siamo tutti intorno al piccolo falò. Assumiamo le più strane posizioni per asciugarci: è’ il Kamasutra del fuoco. La  scena è resa ancora più singolare dal fumo che la rapida evaporazione dei nostri panni bagnati curiosamente produce. Sono segnali che direttamente ed immediatamente mandiamo, segnali di sollievo ed anche di gioia. Non tanto per i benessere che man mano riacquistiamo ma soprattutto per l’ingenuo e pure intenso aspetto ludico della situazione. Ancora una volta constatiamo come sia facile ed appagante vivere le cose semplici, ma genuine, che solo la montagna sa offrire.

Cessano i segnali, ma non cessa il divertimento. Scendiamo per un’altra strada, quella più orientale, che direttamente collega la Caserma del Gaudo, base di partenza, con il Rifugio di Senerchia. E’ una via più agevole di quella dell’andata, almeno per la prima parte, ed i suoi regolari rettilinei e le sue docili discese ci consentono di superarci in scioltezza. Ma essendo, come detto, la quota inversamente proporzionale alla pendenza, ad un certo punto almeno i meno bravi debbono frenare i loro ardori con le pelli di foca. Altri riescono ad impostare accorte manovre di spazzaneve. Ma non è finita. Bisogna andare a recuperare gli scarponi.  Ovvero giunti ad un bivio, abbandonare la discesa e risalire per oltre un chilometro. Invano viene chiesto se qualcuno vuole restare e proseguire  diritto. Tutti hanno ancora forza nelle gambe e soprattutto voglia di prolungare la giornata. Nell’amena piazzola dell’occultamento, un’ ultima sosta, un ultimo mandarino, un ultimo sorso di tè. Poi, inevitabilmente calzati gli scarponi e riaffardellati gli sci, giù per la dorsale che mena diritto alle macchine.  Rotoliamo diritto, aggirando solo  quella specie di fortini vegetali che gli agrifogli hanno costituito, volgendo all’esterno le loro lance ed addossandosi gli uni agli altri, in impenetrabile arroccamento. Le bacche rosse sono ormai cadute e spiccano sulle chiazze di neve che si fanno sempre più rade per cedere al fogliame ed al terriccio.

Stavolta è propria finita. Ma almeno per tutta la settimana e fino alla prossima uscita noi non cesseremo di emanare e diffondere i gioiosi segnali di fumo incamerati sul Polveracchio.