26 Febbraio 2006 -

Sciator, ne ultra crepidam…

 (alle falde del cervialto)  

Il proverbio è noto: un famoso scultore dell’antichità, molto attento ai particolari, volle consultare un ciabattino perché lo consigliasse nell’esecuzione delle scarpe della statua che egli andava modellando. Il ciabattino inorgoglito dell’incarico, dopo aver dato consigli sulle calzature, si azzardò ad interloquire su altri aspetti dell’opera. Lo scultore lo bloccò con una frase ovviamente lapidaria, rimasta nella storia: “Sutor, ne ultra crepidam!”(ovvero: ciabattino, non andare oltre la scarpa!)

Mutatis mutandis (un latinorum tira l’altro….) abbiamo vissuto la stessa esperienza la scorsa domenica. Basta sostituire al sutor lo sciator e allo scultore madre natura, la quale aveva appunto scolpito la montagna in un certo modo.

A questo punto occorre l’inevitabile passo indietro. La situazione meteorologica era poco decifrabile. Dopo una settimana di piogge per lo più temperate e la notizia di una fugace comparsa di neve nell’interno,  optiamo per le quote medio-alte per evitare fallanze.

Polveracchio o Cervialto, dunque, con le opportune ed eventuali marce di avvicinamento. Da Acerno a Piano del Gaudo tutto è brunastro: la natura si presenta spoglia e mortificata,  abbondano rami rinsecchiti e sterpaglie; esausti e grami si presentano i  residui pascoli ove qualche bovino si industria di cercare alimento. Con tale scenario contrastano tuttavia le parti più alte delle montagne, rivestite di alberi stellanti di neve che spiccano sotto il cielo azzurro. Sembrano i riccioli di un barboncino bianco ben curato, suggerisce una compagna dall’animo gentile.

Ha dunque nevicato nella nottata. Ce lo confermano rade spruzzate bianche che occhieggiano dagli angolini più riparati. Proseguiamo curiosi, pronti ad arrestarci in caso di via impraticabile; optiamo per quella del Cervialto e saliamo tranquilli fino a quota 1200 ed oltre. Nella gola che precede Piano Migliato, ombrosa e sferzata dalla tramontana, dobbiamo tuttavia fermarci, approfittando di una provvidenziale piazzola. Possiamo già calzare gli sci, mentre i grumi della neve  che cadono giù dagli alberi tamburellano allegramente  macchine e teste. Pietre e sterpi ingombrano la via e la neve fresca si attacca sotto gli sci. A Piano Migliato lo scenario cambia: non indugiamo tuttavia a goderne i noti e sempre cari aspetti, tesi come siamo alla conquista del Cervialto, le cui sommità si stagliano bianchissime ed invitanti proprio sopra di noi, spiccando sotto il cielo azzurro. Lasciata dunque la strada saliamo senza troppe difficoltà, grazie alla recente età della neve, per sentiero, tra cospicui faggi, fino a raggiungere una via più alta,  che  proviene da Colle delle Radici.

Tutto va per il meglio e, certi  della meta, seguiamo impazienti le lunghe braccia del percorso che si alternano da est ad ovest e da ovest ad est, quasi indefinitamente, per consentire un agevole superamento della pendenza. L’unico fastidio è costituito dall’inopportuno novellame di faggio che ogni tanto si ostina a crescere sulla via. Lo superiamo alla meglio, fra mille contorcimenti, ora proni ed ora carponi, combattendo fra cappelli che volano, occhiali che si impigliano e zaini che si bloccano.

Un grande chiarore ci annuncia il cessare della vegetazione ed un promontorio scoperto a quota 1500 in direzione della dorsale principale del Cervialto.  Ma qui più che il sollievo ci attende la sorpresa. Dove è più la strada? Dovrebbe essere a sinistra del promontorio, articolandosi in un deciso tornante volgente ad ovest. Nulla invece, se non una continua ed abbondante cupola rotonda che pareggia ed uniforma il paesaggio. Ci proviamo lo stesso, dirigendoci ad ovest ed affondando gli sci di taglio, verso monte, per non cadere. Dovrebbe esserci almeno qualche albero alto, qualche sorta di accidente, un qualsiasi riferimento emergente dal tracciato sepolto. Niente: la montagna presenta il volto di una sfinge indecifrabile e ci costringe a procedere verso l’ignoto con il cielo sempre più vicino e la pendenza sempre più pendente. A completare il quadro avanzano minacciose nubi grigie, mentre lo scenario appare del tutto nuovo: vuoti e pieni mai visti o non ricordati, gole inattese e gibbosità insormontabili. L’impresa appare impossibile, tanto più che alla fine della nostra strada (quella di Colle delle Radici) dovrebbe comunque attraversarsi un tratto fuori pista per poi guadagnare la strada che viene su da Colle del Leone. Basta spostarsi di pochi metri ( e sicuramente in questa situazione ci siamo spostati, in su o in giù) per fallire il collegamento.  Frustrati e vinti (pensiamo persino alla possibilità che si stacchi qualche grosso strato di neve fresca sopra od accanto a noi e ci travolga in qualche modo) battiamo in ritirata.  Tornare indietro per la stessa via imporrebbe una difficile manovra di dietro front su di un esile filo. Meglio togliere gli sci e precipitare giù diritto sino ad incontrare la strada ben marcata da poco percorsa. Ognuno si  arrangia come  può. Solo la gazzella riesce a scendere scalettando per quasi tutta la china. Altri  affondano i tacchi per non cadere, con il risultato  di rimanere spesso immersi sino al cavallo ed oltre. Si riemerge a fatica, specie se sotto la neve si celano fossi e pietre o rami che imprigionano i piedi e le gambe. Nell’indeterminatezza del paesaggio un canalone è già qualcosa: lo guadagniamo zigzagando in ordine sparso ed  al suo termine ritroviamo finalmente una via degna di questo nome. Rimessi gli sci, ritorniamo per onor di firma al promontorio di quota 1500 per tentare di capirci qualcosa e magari sostare. Il vento e una minacciosa nuvolaglia ci inducono però alla ritirata definitiva. Meditiamo sull’accaduto: nella nostra piccola letteratura montana il Cervialto è il gigante buono, facile da percorre e sempre accogliente. Lo abbiamo battuto tante volte in lungo e in largo, con gli sci e a piedi, fruendo delle sue ragionevoli pendenze e delle sue molteplici vie. Ma l’eccesso di confidenza è sempre pericoloso. Ogni tanto anche i buoni, i miti, i pacifici, decidono di farsi rispettare e ci ricordano le regole della montagna e del saper vivere. Questa volta il gran Cervialto  lo ha fatto scolpendo con  sovrabbondanza la neve; ci ha invitato ad accontentarci anche di restare a metà, a non pretendere sempre e comunque la cima, specie se muniti di esili e precari legni; insomma ci ha detto: “ Sciator, ne ultra crepidam!”

Prendiamo atto ed archiviamo anche questa esperienza scivolando leggieri lungo la via dell’andata. Quando siamo a valle, ricompare beffardo un po’ di sole. Ne approfittiamo per il ristoro e per lucrare un premio di consolazione. Ad onta della umidità che abbiamo accumulato dalla cintola in giù in occasione della rotta, ci concediamo una deviazione verso la mitica Oasi di “Cada macaco” (vedi puntate precedenti) amena radura sita nei pressi del Colle delle Radici. Da qui scendiamo sulla via principale che viene da Colle del Leone e la percorriamo in direzione est per guadagnare il Piano Migliato, la cui luminosità si annuncia  da lontano.

Sopra di lui  ci sogguarda,  possente e sornione, il Cervialto: ci ha appena ammonito, ma senza malanimo;  presto ci  riaprirà paternamente le braccia.