5 Marzo 2006 -

Via col vento

(Coste del Cervialto)  

L’escursione era nata sotto il segno del vento. I bollettini meteo avevano annunziato l’irrompere del libeccio; il nostro amico solitario ci aveva descritto come, il giorno prima,  le raffiche  lo avessero spazzato via, assieme al grosso della neve, dal Piano Acernese. Era stato costretto a riparare nel coperto ventre del Vallone Raiamagra e ci consigliava quindi di seguire il suo esempio.

Il consiglio fu bene accetto: il vallone Raiamagra  è un suggestivo ed ampio corridoio che si dipana fra la Raiamagra stessa e la Montagna Grande, risalendo dolcemente per ampie volute fino alla Colla del Sacrestano ove poi si impenna con gli arditi tornanti finali della Pista Nordica. Lo avevamo praticato da poco, (a piedi) lo scorso ottobre a già avevamo fantasticato sul suo prossimo abito nevoso.

Partiamo pertanto la domenica mattina con questa meta e con questa curiosità nel cuore, appena sconfortati dalla nuvolaglia incombente e dal colore di stoppa marcia che presentava il Piano Laceno. Sapevamo infatti che avremmo dovuto guadagnare quota ed il Vallone Raiamagra, sito appunto a livello più alto, ci appariva come uno scrigno ricco di tesori e promesse.

Mai illusione fu più vana, e mai delusione fu più profonda. Non avevamo fatto i conti (e ci meraviglia il suggerimento del lupo solitario) con la zona di accesso al Vallone. Non meno che quella degli impianti di risalita.  Vale a dire: mastodontici torpedoni ed infinite automobili, trilli di fischietto e grida degli addetti al traffico,  pianti di bambini e richiami delle madri, rombi di motori e sbuffi di diesel e quindi un intero popolo  incolonnato verso un cancelletto, avviato come la  dolente turba dei dannati alla barca di Caronte.

Cade in un momento tutto il nostro castello di attese e dubitiamo addirittura dei fondamenti della nostra amata disciplina.  Istintiva ed immediata è la fuga: via, via dalla selva oscura, via dai demoni del consumo, via col vento della natura, libeccio o tramontana che sia.

Già presso il familiare Bar “La Lucciola”, lontano dalle rotte usuali del Laceno, ritroviamo il nostro habitat e proseguiamo, pronti ad affrontare qualsiasi vento. Ed Eolo non si fa pregare:  sul Piano Acernese, dove giungiamo ingloriosamente con gli sci in ispalla, più che essere colpiti, siamo trafitti dalle raffiche. Il vento si introduce nelle pieghe degli abiti, scompiglia le chiome (per chi le ha e non le ha coperte),  intirizzisce le barbe, fa volare i cappelli,  punge i visi e si insinua nelle nari e negli occhi, e soprattutto passa da un orecchio all’altro, ignorando il cervello, con uno stilo gelido e bruciante al tempo stesso.

Ci soccorre e pone fine al tormento un residuo manto bianco laterale:  usciamo infatti dall’asse centrale del Piano per riparare al suo margine sinistro, là dove comincia appena ad impennarsi  il Cervialto. Siamo finalmente al riparo e siamo finalmente sulla neve. Imbocchiamo risoluti la strada che risale le Coste del Cervialto,  verso il Valico di Giamberardino, felici della soluzione, anche se consapevoli del brusco stop che ci attende al termine del percorso. Per ora non ci pensiamo. Saliamo fruendo di un manto nevoso sempre crescente, anche se zuppo e molle per le recenti piogge. La strada è tagliata nella costa del monte e si svolge con pendenze accettabili, solo ogni tanto presentando un tornante un po’ ruvido. Sul margine destro si aprono spesso gli slarghi  di canaloni arruffati di rocce ed arbusti di faggio. Più in alto incombe la pesante coltre delle nuvole che solo ogni tanto ci manda giù qualche velario nebbioso. Verso il basso, invece si scorgono benissimo il Piano Acernese ed il Piano dei Vaccari, più bianco il secondo, brunastro il primo. Qualche conoide nevoso precipitato da monte tenta di sbarrarci il cammino, ma non presenta dimensioni tali da impensierirci; lo stesso può dirsi del novellame di faggio che, anche qui, suole, di tanto in tanto, piantarsi nel bel mezzo del percorso.

La strada è più lunga di quanto ricordassimo: ho il tempo pertanto di elaborare la linea politica da sottoporre ai miei compagni di avventura. Sia perché indeciso io stesso, sia per evitare future recriminazioni, opto per una linea morbida e realistica, espositiva degli obiettivi termini del problema: la via termina a quota 1420 sotto il Valico di Giamberardino che trovasi 100 metri sopra di essa; per raggiungerlo occorre scalettare e/o procedere senza sci per circa un’ora; la neve è abbondante ed affondante; tuttavia al di là del valico si snoda in agevole e divertente discesa la strada che mena al Piano di Sazzano; da quest’ultimo con qualche ulteriore fatica si può tornare al Laceno, completando il circuito.

Giunti quindi alle colonne d’Ercole, tengo in questi termini la mia “orazion picciola”, ma senza il carisma di Ulisse e senza indulgere a spunti suggestivi. La parete che ci separa dal valico, gonfia e tondeggiante di neve ed irta di faggi, le cui cime si perdono fra le nuvole, ci invia, del resto, segnali di tutt’altro genere. L’equipaggio tende a non pronunciarsi: non vorrebbe deludermi, ma mi guarda smarrito, con occhi che implorano mercé; quando poi uno di loro si toglie gli sci per saggiare la neve ed affonda fino al ginocchio, la sentenza è  scontata. Nemmeno mi sento di dire,  questa volta, che si sia preferito di “viver come bruti”.

La discesa è agevole, anche se qualche mutamento della qualità del manto nevoso riserba ogni tanto una sorpresa. I più lenti vengono lasciati indietro. Il gruppo di testa riguadagna presto il bosco iniziale e presso un grosso faggio singolarmente  segnato da una bozza a forma di cuore, si butta decisamente a sinistra.  La giornata non può terminare così: via dunque, zigzagando fra gli alberi in direzione del Piano dei Vaccari e dello stesso Colle del Leone. La zona è riparata dal vento ed abbastanza innevata. Il vento, anzi, sembra cessato del tutto ed a nord, verso il Laceno, compare qualcosa che somiglia al sole. Il saggio della compagnia però ci avverte: se cessa il vento arriva la pioggia. Per ora non ci pensiamo e puntiamo decisi verso il Colle. Incontriamo un gruppo di amici irpini i quali ci assicurano che la via della Raiamagra è innevata. Ci sembra strano, ma si accende a questo punto la segreta speranza di poter proseguire fino a Valle d’Acero. Trattasi di falso allarme. Giunti sul valico non si rinviene che l’impero assoluto dell’asfalto e del brecciame. Resta la consolazione di avere deviato per tempo, stamattina, verso le Coste del Cervialto.

Meritiamo a questo punto il ristoro. Ci accucciamo in una piega del Piano dei Vaccari priva di neve e celebriamo il rito della sosta e della soddisfazione del dovere comunque compiuto. Sopraggiunge a turbarci, ma non più di tanto, qualche gocciolone precursore della perturbazione puntualmente annunciata per il pomeriggio. Preghiamo Giove Pluvio di attendere e siamo esauditi. Abbiamo il tempo di terminare il pasto e di giocare ancora rimpiattino tra i faggi che contornano il lato est del Piano Acernese e sotto i quali si è mantenuta la neve.  Toglieremo pertanto gli sci solo una volta sbucati sulla strada, sotto le prime, vere, gocce di pioggia.

Ma adesso non abbiamo più nulla da obiettare. L’euforia della giornata acquista un  valore aggiunto  per la perfetta  coincidenza dei tempi e degli elementi: via col vento, via con la pioggia, via con la neve, ma via!