30 Luglio 2006 -

La lunga marcia attraverso il Terminio

Il Terminio, si sa, non è una montagna isolata, ma un massiccio articolato in tre cime principali (giusta la radice del nome “Ter”) e vari fianchi, contrafforti e pianori. Conseguentemente varie sono le possibilità di salita al monte e di esse la più riduttiva e meno interessante è certamente quella che parte dal Campolaspierto, siccome troppo prossima alla cima e tracciata nella prima parte su strada sterrata. Forse consapevole di ciò, nonchè dell’insegnamento evangelico che consiglia di prendere la porta stretta e la via più difficile, il più giovane di cuore dei nostri soci, Benito Di Meo opta, (e non è la prima volta) per la via più complicata: partenza dal Piano della Guardia, che insiste sullo spallone settentrionale del Terminio  costituito dal Monte Faggeto e comporta un aggiramento lungo e faticoso.

Una  schiera cospicua, davvero inusuale per il periodo balneare e che non vogliamo pensare attratta dai festeggiamenti finali, accoglie comunque il suo invito.

Al Piano della Guardia, cui si perviene da Volturara,  Autorità ed amici del luogo ci accolgono con cornetti ed altri genere di prima colazione; la comitiva gradisce e sia avvia rinfrancata nella pineta sommitale del Monte Faggeto. Lamine brumose di vento si alternano ai raggi di sole che ampiamente prevalgono sulle nubi residue di un temporale notturno che forse qui non è nemmeno arrivato. Infatti sono asciutti i sentieri e gli aghi delle conifere crepitano secchi sotto il passo dei marciatori.

Secchi sono pure molti rami, non si comprende se per naturale evoluzione del tempo o per accidente umano o climatico; singolare ed incongruo appare comunque il fenomeno di un pino reciso alla base e sospeso in aria attraverso l’intrico dei rami  attorcigliati a quelli degli  alberi vicini.

Dopo un ultimo prato, sbuchiamo all’aperto: rosse di tetti spiccano sotto di noi tutte le contrade di Serino, una volta costituenti individui autonomi ed ora confuse in un’unica marmellata edilizia. Di fronte, il corpo principale del Terminio con le sue propaggini:  Carcara d’Alessio, Toppo Devola, Colla di Basso. La cima è avvolta di nubi e così la cresta dei Mai; sfuma invece lontano il Monte Finestra di Cava dei Tirreni. In fastidioso e tormentato saliscendi, affrontiamo la dorsale, puntuta di sassi, che ci collega all’ “Uccolo”, toponimo dall’evidente significato di piccola bocca, ovvero piccolo valico di comunicazione fra il versante nord e quello sud del massiccio. Noi non ce ne serviamo in questo senso, ma lo attraversiamo appena, di taglio, per risalire il fianco ovest della montagna che, lambendo il Piano Reola, punta verso la Colla di Basso. Dopo una breve sterrata ascendiamo lungo il  sentierino che con costante regolarità ci introduce nel cuore del monte. E’ l’itinerario n.2 dei Picentini, quello che parte da San Sossio. La fatica comincia a farsi sentire ed il gruppo si sgrana vistosamente.  Ce ne rendiamo conto quando il bosco si fa meno fitto e cominciano ad allargarsi le prime radure. I primi, quelli che proprio non ce la fanno a tenere la velocità media del gruppo, sono ormai dileguati; del pari invisibili sono i più lenti. Invisibili ma non inaudibili giacché ogni tanto risuonano la loro protesta ed il loro richiamo. Non basta loro l’assistenza del “direttore di coda”, non vorrebbero sentirsi trascurati e come abbandonati dall’istituzione. E’ l’eterna dialettica delle escursioni numerose. Troppo piano o troppo veloce? Chi sta in mezzo (quorum ego) cerca appunto di mediare e raccoglie le doglianze degli uni e degli altri.  Ma stavolta gli insofferenti stambecchi l’hanno fatta grossa: senza attendere i direttori d’escursione, giunti al punto di raccolta (Sambuco) dove i due itinerari previsti si sarebbero dovuti diversificare, sono fuggiti sulla cima del Terminio, così privando altri della possibilità di raggiungerli.

La massa opta comunque per il percorso  di mezza costa e finalmente sosta nell’ameno slargo del Sambuco. I raggi del sole filtrano tra le foglie, macchie di luce e macchie d’ombra si alternano con saggezza in modo da consentirci di scegliere se asciugare il sudore con il caldo o con il fresco.

Sono le 14 passate : è il momento del ristoro; la cena comunitaria che ci attende più tardi dovrebbe indurci alla moderazione e più o meno cerchiamo di contenerci. Chi si stende, chi si appoggia, chi non si siede mai; qualcuno  addirittura fuma suscitando  inevitabili e meritate censure. Diamo fondo alle risorse idriche fidando sulla vicina Acqua delle Logge, ma raggiuntala, subiamo la delusione. Quella fonte che sgorgava lieta e copiosa sotto il mantello della neve stilla ora miserabili gocce ed è impastata di polvere e fango.  Le volgiamo subito le spalle “per correr miglior acque”.  E’ proprio il caso di dirlo! Ci attendono ancora due salite, spiego al mio amico che è cultore dell’escursione diagrammata e millimetrata. Ad altri spiego fino alla noia che siamo attualmente su di un ottimo percorso sci-escursionistico e pedantemente illustro ogni favorevole ondulazione e via di scampo dalle eccessive pendenze. Dietro un gruppo di faggi alti e monumentali compare finalmente il Rifugio degli Uccelli affacciato sul suo arioso piazzale ed aperto al panorama delle vette del Terminio.  Una pattuglia della Sezione di Cava dei Tirreni, casualmente quanto provvidenzialmente convenuta, offre un impeccabile caffè preparato sul posto, con tanto di macchinetta. Ci acciambelliamo sul prato in attesa degli ultimi e, concesso pure a loro un qualche riposo, ci caliamo di nuovo nel frascame, verso Campolaspierto. Quando s’apre un altro piazzale sento –con soddisfazione- che più d’uno riconosce l’Accellica,  in una prospettiva inconsueta che quasi tutta la raccoglie.  Siamo presto ai tre pianori di Campolaspierto. Deserto il primo, abitato da una coraggiosa famigliola e da una mandria di bovini il secondo, affollato di turisti della domenica abbarbicati alle loro auto, al bar ristorante e ad un polveroso maneggio, il terzo. Fuggiamo inorriditi e poco più oltre recuperiamo il bus che deve portarci alla meta covata, curata e predisposta dal nostro Benito. (Ristorante La Bussola).  L’area è un po’ surreale per la luce incerta del tramonto, per l’oscurità dell’ambiente, per il grigiore delle mura.  Il passaggio dall’aperto al chiuso e dalla luce del sole a quella artificiale lascia quindi emergere nei più la stanchezza. Nei più, ma non in Benito che, supportato da una amichevole e genuina fisarmonica, apre le danze prima, durante e dopo il pasto.  Piano piano anche i più riluttanti si lasciano coinvolgere. Balli moderni, balli antichi (tra cui una artigianale quadriglia), esercizi a corpo libero di ogni genere. Tutti in coro appassionatamente alla fine per cantare abbracciati il nostro inno: “Ncopp’ ‘a muntagna”.

La nitida falce della luna crescente, emergente dalla massa scura della montagna e brillante nel cielo azzurro cupo, accompagnerà il nostro ritorno.