26 Novembre 2006 -

Per aspera ad astra ovvero una sudata stella

Un bellissimo novembre protetto dall’anticlone, un’escursione alle porte di casa prospettata come facile, la voglia di stare ancora una volta gioiosamente insieme……c’erano, insomma, domenica 26 novembre, tutti gli ingredienti per una lieta escursione di massa.
Ed infatti già le automobili non si contavano allo svincolo autostradale di Lancusi, figuriamoci le persone. E non solo le persone, ma anche i cani. E questo fu il primo problema. Un bellissimo pastore tedesco ed un vigoroso dobermann, dopo essersi appena guardati (naturalmente in cagnesco) presero a disputarsi fieramente il ruolo di capobranco, invano trattenuti dai padri-padroni che avevano sperato di andare in gita coi loro figli prediletti. Speranza vana: per evitare un mezzogiorno di fuoco o meglio una mattinata di un giorno da cani, i due (più due) dovettero dolorosamente abbandonare il campo. Rimasero felici tre affettuosi bastardini, tranquilli e paghi della sequela del gruppo. 
Siamo ad Orignano (fraz. Di Baronissi) e non a Fusara (idem), come da programma. Il direttore di escursione (Davide Napoli, ottimo speleo) assicura che la variazione è irrilevante e che anzi il percorso sarà così più graduale. Infatti……infatti bisogna solo inerpicarsi all’inizio su di una ripida scarpata erbosa, resa sdrucciolevole dalla guazza e poi…. E poi non c’è problema. O meglio, il problema c’è, ma non si vede, perché il sole radente e accecante del mattino di novembre, che ora appare ora scompare, a seconda delle gibbosità del monte, non ti fa vedere dove metti i piedi. Salendo affannati ci liberiamo man mano dei panni cui ci avevano costretti il gelo e l’umido della partenza, ancora priva del favore del sole.
Presto gli inevitabili mugugni cedono il passo alla contemplazione del panorama. Siamo in piena vista e lasciamo alle spalle le grigie fabbriche della Valle dell’Irno per puntare verso un mondo ben più colorato. Azzurrissimo è il cielo, verde tenero è il declivio sotto i nostri piedi, tra il bruno ed il verde cupo le masse dei monti più lontani. Su tutto la sinfonia delle foglie, morte, ma vivide di giallo, rosso ed arancio. Ma dove siamo? E Il Monte Stella dov’è? E lì verso sud, distante un paio di chilometri in linea d’aria, mentre noi, con generosa manovra di aggiramento, stiamo salendo l’ arcuato colle della Bastiglia dentellato alla cima di scarsi ruderi fortilizi. A quota 500 deviamo per un sentiero di mezza costa, esile e sospeso sulla parete apparentemente erbosa, ma puntuta di sassi che non sarebbe il caso di assaggiare in una eventuale caduta senza fondo. Non per evitare tali rischi, né per cupidigia di più elevati panorami, la retroguardia sbaglia percorso e si proietta fino alla cima della Bastiglia (m. 717). Il grosso del gruppo ne ha ormai lasciato le balze quando viene raggiunto dalla telefonata: “Noi siamo qui, dov’è la croce, e voi dove siete?” “Sotto di voi, cavolo, non ci vedete?” Parte una spedizione di soccorso per recuperare i dispersi. Intanto il gruppo si sgrana vistosamente: chi va avanti, chi aspetta, chi cerca affannosamente di stare nel mezzo per mantenere i contatti. 
Il Varco del Pastino (m.608) segna ad un tempo la soluzione di continuità tra la Bastiglia e lo Stella nonché lo spartiacque tra la valle dell’Irno e quella del Fuorni. Appaiono alla nostra sinistra il Tobenna e il Monna. Il percorso si allarga in stradoni e stradoncelli, ora sassosi, ora fangosi e coperti di foglie. Rimpiangiamo il luminoso tracciato della Bastiglia anche perché ora siamo all’ombra, coperti dall’incombente mole dello Stella. Un altro valico ed un’ennesima svolta ci portano ad affacciarci di nuovo sulla valle dell’Irno. E’ qui il bivio per Fusara, da qui saremmo dovuti salire secondo un più docile programma. Ma non ci pensiamo più, presi ormai dall’ansia della cima, mentre una muta di eleganti bracchi, legata da cacciatori in sosta, guaisce fremente ed invidiosa nel vederci liberi. Il finale ci riserva un sentiero incavato e scivoloso per un perfetto misto di foglie, fango e rametti insidiosi. Si intrecciano le telefonate: “ Dove siete? Noi siamo già sulla cima” “Beati voi, noi siamo ancora indietro, ma abbiamo sempre più luce.” “Allora siete quasi arrivati” Crepitano le foglie sotto gli impazienti scarponi, si intuisce l’apertura sommitale, connotata dal mare e dal cielo. La prelude un prato verdissimo che ha distolto qualcuno dal balzo finale. Una sorta di piccolo valico e finalmente, sulla sinistra, la cima. I più vi si fiondano, altri scendono con religiosa modestia (o per grazia ricevuta?) alla successiva balza ove, dopo una fitta abetaia di rimboschimento, è posata la cappella della Madonna della Stella. 
I due gruppi si riuniranno per la fotografia e le comunicazioni di rito: il pranzo sociale di fine anno, la visita di Teresio Valsesia, la ….manovra fiscale per la sede. Ma nemmeno quest’ultimo accidente guasta l’incanto della giornata, così come non la guastano le colate di cemento della periferia urbana. Lo sguardo infatti va oltre: verso la linea dell’orizzonte che l’immensità del mare rende lontanissima e quasi impercettibile, verso le fantasiose vette dei Lattari sul cui sfondo i Tre Pizzi del Sant’Angelo fanno un discreto quanto sovrano capolino, verso l’articolata e maestosa varietà dei Monti Picentini, verso l’altro Monte Stella (quello del Cilento) che coronato di bianchi cirri chiede a sud est il “lunato golfo”.
Gli speleologici direttori, per onor di firma, conducono qualcuno nella sottostante grotta Mele, ma il grosso del gruppo, bonariamente ammutinatosi, prende la via del ritorno affidandosi ad esperti di riserva.
Ormai non c’è più stanchezza, la sentiremo domani, ma solo la soddisfazione della missione compiuta, favorita dalla discesa e sospinta dal calar della luce. Così diventa rapida la sequenza sentiero, stradone, stradoncello, costa della Bastiglia. Da qui una prudente deviazione su di un più banale ma più agevole percorso cementato che ci condurrà verso grumi di case di campagna dalle quali anziani abitatori ci guardano curiosi, con il contrappunto del latrare dei cani, giustamente infastiditi.
Presso l’oscena fila delle auto l’ultima conta: “Ma Franco era con te?” “Ed Antonella è scesa?” “Verificate la completezza degli equipaggi!” 
Nel buio i direttori sono irreperibili e si sottraggano così ai ringraziamenti di rito che il titolo di queste note sintetizza: una Stella non poteva essere raggiunta senza sudori e senza asperità!