26 Dicembre 2006 - Cronache Picentine
(Da Piano Acernese alla Loggetta)
Dopo un autunno quanto mai caldo e mentre al nord gli albergatori delle nevi piangono e sparano, tentare di sciare, qui e ora, poteva sembrare una mera illusione, o per dirla in termini letterari, il sogno di un mattino di inizio inverno. E difatti il Grande Puffo, nonché Cavaliere per antonomasia, del nostro Club, pur accettando di buon grado la mia provocazione, ebbe subito precisare:” Vengo, ma con gli scarponi.” Altri – e soprattutto altre – più fiduciosi – si armarono invece di tutto punto e mi seguirono inserendosi lieti nell’intrico di sci, racchette ed ammennicoli vari affastellati nelle auto ed infilantisi nelle costole dei passeggeri. Per scaramanzia e per pigrizia nessuno aveva montato ancora il porta-sci.
Partiamo ancor più fiduciosi dal momento che il gioiello della luna – stampato sul velluto blu della notte e della prima alba – ha ceduto il posto ad uno splendido sole invernale. Ma la fiducia si trasforma presto in delusione poiché, lasciata la città, ci sentiamo opprimere da una nuvolaglia grigia e compatta che scende fino alla mezza costa dei monti. Che troveremo al Laceno? Fa d’uopo arrivarci per saperlo. Troviamo più o meno le stesse cortine, ma verso sud c’è qualche rada ma promettente apertura. Al suolo tracce di neve altrettanto avare. Le inseguiamo tutte queste tracce (di neve e di luce) inoltrandoci verso il Piano Acernese che finalmente è innevato. Dobbiamo fare violenza ad alcuni autisti i quali, essendo sgombera la sede asfaltata, vorrebbero proseguire. Ma no, non dobbiamo perdere questa prima occasione, anche perché dopo non si sa…. Allora giù, subito nel Piano ad assaggiare la prima neve della stagione, a ritrovarla dopo una interruzione sembrata eterna. Il Cavaliere, uomo di parola, pur avendoli, non calza gli sci, ma ci segue facendo crocchiare la neve gelata sotto gli scarponi. Sferzati dal vento, che in quel Piano non manca quasi mai, ci attrezziamo. Assisto i neofiti nella prima e più delicata operazione, quella del calzarsi e dell’evitare di cadere appena calzati. Il piccolo Luca, benché fornito di elementi non proprio a misura, se la cava benissimo…giovinezza, giovinezza. Ma anche Paola e Valerio si difendono. Conduco il gruppo in ampie quanto apparentemente illogiche volute al riparo del bosco, dove la neve è di più ed il vento è di meno. I raggi di sole, divenuti sempre più frequenti e più larghi, ci bagnano completamente nel Piano dei Vaccari. Risaliamo con qualche fatica l’erta di Colle del Leone e qui, come temuto, la neve cessa. Uno sguardo a sinistra ci conferma che l’asfalto che va verso piano del Gaudo è nero ed ostile; a destra allora, ci sono ancora pietre, terra e foglie, ma la strada sale e non è frequentata. Prometto la neve dopo un quarto d’ora di marcia. Fortunatamente è così: nei pressi della Fossa del Caprio, alta e ben riparata, la coltre è “ottima ed abbondante.” Celo a stento la mia soddisfazione, mentre il Grande Puffo lealmente ammette che non se l’aspettava. Il sole è ormai costante e se pur non riesce sempre a penetrare nei punti più stretti della valle ci riscalda e ci rassicura con la sua presenza. La luminosità è piena e gloriosa nell’anfiteatro di Valle d’Acera che sarebbe già una meta di tutto rispetto. Ma non ci basta: il richiamo della Loggetta, sperone occidentale della Raiamagra, è irresistibile. Via, dunque sull’ampio ma ripido tracciato che risale a monte….e al ritorno? Ci penseremo dopo. Per ora su, calcando con impazienza i 150 metri di dislivello finale che ci separano dalla meta. Si apre e si srotola il ben noto panorama che questo belvedere naturale ci offre. Ma l’Accellica no, lei questa volta si è coperta di un velo d’argento, fedele al mito della sua ritrosia.
Sul balcone, la sorpresa di un falò in mezzo alla neve: lo hanno acceso i due colleghi indigeni le cui tracce pedestri avevamo già notato sul percorso. Subito fraternizziamo con loro ed il loro affettuoso cagnone. Ci scambiamo informazioni ed auguri e scopriamo così che quella che noi (e le carte) chiamiamo “Vallebona” viene localmente individuata quale “Valliola” (Vallicella – e mi sembrerebbe rispondente) Ancora un effetto della pulizia linguistica del 1861 !
Rapido pasto; applicazione delle strisce adesive (per chi ce le ha) a parare gli effetti della ripida discesa. Chi è sfornito lascerà al suolo ampie tracce rotonde, sotto lo sguardo sornione dei colleghi di cui sopra i quali procedono a piedi.
A Valle d’Acero il sole sta già tramontando. Svegliamo il Grande Puffo, che come tutti i giusti sa dormire ovunque tranquillo, e ci ricompattiamo. Le strisce adesive vengono subito tolte poiché la via è ora abbordabile. Qualche tratto ghiacciato per l’ombra, che in alcuni punti è già fitta, ci riserva però le ultime cadute. Il cagnone, che evidentemente ha un qualche antenato Sanbernardo, si avvicina premuroso ai giacenti, non lecca perché è educato, ma si capisce che vorrebbe aiutare e non è tranquillo sino a che non ci rialziamo.
Siamo di nuovo sul tratto asciutto: gli occasionali compagni di viaggio salgono sulla loro Panda con targa svizzera accogliendo il Cavaliere per accompagnarlo a recuperare la sua auto. Ci attenderà a colle del Leone. La maggioranza tuttavia, colà giunta e recuperata la zona neve, ne rifiuterà ingrata i servigi per calarsi nel circo bianco del Piano Acernese. L’impazienza dell’ultimo abbraccio fa scappare un qualche sci dalle mani. L’assicella scende libera e sola, ancheggiando a lungo come uno strano serpe, fino a quando non è domata dall’ inerzia di un definitivo piano orizzontale. La guardiamo suggestionati e rassegnati, come se quel legno avesse veramente preso improvvisamente vita e avesse deciso di abbandonarci. Tornatine padroni, scorrazziamo ancora in lungo ed in largo per il Piano, cercando di ritardare il più possibile il rientro e fidando nella pazienza del Grande Puffo che ci attende in auto. Ancora qualche gobbetta, ancora un tuffo nel bosco, ancora uno sguardo al grande disco del sole che tramonta, non rosso ma pallidamente dorato. Di fronte a noi, verso lo spartiacque adriatico la cortina grigia è comunque rimasta. La ringraziamo per aver avuto la discrezione di non avanzare.
Avanziamo noi – sereni – verso di lei : il piccolo sogno di principio inverno è ormai compiuto.
