25 Febbraio 2007 -

Ubi nix ibi Cai

(Escursione con gli sci sul tracciato Campitello Matese-Bocca della Selva)

A costo di rivelarmi ancora una volta in ritardo di almeno un secolo, non posso fare a meno di esordire con questo titolo. Spiego subito per i moderni e postmoderni: una  formula pronunciata nel matrimonio degli antichi romani era pressappoco questa  “Ubi Caius, ibi Caia”, ovvero dove  è Caio lì  è Caia, per sottolineare appunto l’unità materiale e spirituale dei coniugi, Caio, Tizio o Sempronia che fossero. Nel nostro caso l’assonanza fra Caio, Caia e CAI mi frullava per la mente questo scorso fine settimana, mentre arrancavo sugli sci allegramente, ma con le orecchie che fischiavano per i rimbrotti dei consoci escursionisti, ancora una volta abbandonati per la neve. Hai un bel dire: “Lo sci escursionismo è un altro settore dell’attività della sezione, non è una separazione; si formi piuttosto anche un nutrito gruppo di sciatori.” La maggioranza silenziosa, dopo i primi entusiasmi iniziali ( risalenti ormai a 20 anni fa o poco meno) ha mano mano appeso gli sci al chiodo, vinta dalla pigrizia e magari dalla leggenda metropolitana dei gravi pericoli (!) e delle inenarrabili fatiche dello sci-escursionismo. Un gruppo di fedelissimi è rimasto e tiene comunque viva questa preziosa pratica,  la quale nobilita al tempo stesso lo sci – siccome realizzato nella pienezza e nella libertà della natura, lontano dalla confusione delle piste – ed il CAI,  proprio per la perfetta rispondenza agli ideali ecologici e sportivi della nostra Associazione. E allora si può a buon diritto ed a voce alta proclamare che non solo l’alpinismo, l’escursionismo, la speleologia sono luoghi tipici del CAI, ma che la neve è per noi cornice ideale e nobilissima e che dovunque c’è la neve c’è il CAI (e viceversa): Ubi nix, ibi CAI, appunto.

C’è poi un altro, più personale motivo, per pronunciare la formula. Lo scenario consueto dello nostro sci escursionismo sono i monti di casa, i nostri cari e prossimi Picentini. Ma quest’anno la scarsità di neve e le proteste dei compagni costretti ad ansimare per almeno un’ora con gli sci in ispalla per raggiungere la zona bianca, ci ha sospinto a migrare verso altri lidi,  peraltro già praticati e conosciuti. Fra questi, meno lontano, il Matese e precisamente il lungo tracciato che da Campitello mena a Bocca della Selva. 

Per motivi contingenti siamo comunque in pochi. Le desolate e severe valli molisane e l’alta temperatura del computer di bordo non ispirano pensieri ottimistici. Si paventa che alla noia del viaggio in auto possa aggiungersi il flop della ricerca. Ansiosi, gli sguardi tendono in alto a scorgere prode bianche e remote. Il color terra sembra universale ed invincibile. Un primo barlume appare lontanissimo, a nord. La Meta? No, dev’essere il Monte Greco, al di là di Roccaraso.  Ma anche più vicino a noi sorge finalmente un deciso albore, vincendo lo schermo di un’anonima e fastidiosa dorsale collinare. E’ lui, il Matese. Spingiamo l’auto a mordere impaziente i larghi tornanti che risalgono al pianoro di Campitello e senza nemmeno sostarvi ci buttiamo subito a sinistra (!) lungo la strada per Bocca della Selva. I cartelli che avvertono “strada senza protezione” e la successiva impossibilità di proseguire squillano per noi come il preludio di una marcia trionfale.

Ma l’inizio della marcia si rivela ostico e faticoso. Ancora frastornati dal viaggio dobbiamo affrontare una neve sporca e ghiacciata ed il rombo di un gruppo di motoslitte che ci taglia il percorso. Lo taglia ma per la verità anche lo batte.  Sulle loro tracce dunque seguiamo la via che pur noiosa nel primo tratto (segue l’asfalto) ci promette man mano più gradevoli scenari. Lasciate alle spalle le ultime propaggini del Monte Miletto, siamo nel comprensorio dei pianori e delle conche che sono ad est della Gallinola. Questa ci sormonta con un bianco pulito e splendente, cui fanno peraltro contrasto  severi bastioni emergenti di calcare grigio scuro, del periodo cretaceo, dicono i testi. Non possiamo fare a meno di pensare al più vivace e chiaro calcare dei nostri monti, ma respingiamo subito l’odioso paragone. Se dove c’è neve c’è CAI, a maggior ragione dove c’è montagna…… Abbandonata la strada, voliamo dunque  tra gobbe e vallette,  ubriachi di tanta libertà e di tanto spazio. L’ubriachezza è tale che piccole stelle girano nei nostri occhi e sembrano girare anche le nostre teste. Effetto della poesia dei luoghi, effetto del bianco accecante ed indistinto o effetto stanchezza? Urge un rifornimento di zuccheri. Lo effettuiamo quasi in corsa e compiendo ampie volute nel circo bianco, riguadagniamo la strada per goderne una lunga ed interminabile discesa verso un rifugio che sappiamo occultato in una graziosa conca. E’ chiuso peraltro ed invano suoniamo la campana che pende dalla tettoia. Il rifornimento dunque non potrà che essere autarchico, offrendoci la struttura solo la comodità dei suoi legni. Ma non è nemmeno mezzogiorno e bisogna ripartire, la giornata non può terminare così presto. Risaliamo dunque per un ampio tracciato stradale che si presenta finalmente orlato di boschi. Nuova linfa traiamo da quelle piante e come sciolti ci eleviamo leggeri, favoriti dalla gradualità della pendenza. Il bianco della neve, dunque, non è più così assoluto ed accecante, lo interrompono, oltre ai faggi,  segnali stradali i cui toni rossi  e gialli spiccano come non mai; l’attenuazione del bianco deriva pure dal profondo grigio delle nubi che si accumulano all’orizzonte vincendo definitivamente quegli squarci di azzurro che per qualche tempo di avevano concesso anche il sole. Ritrovo i siti che avevo memorizzato e battezzato: la salita del pic-nic, il primo valico, il valico dei due ponti. Sono questi ultimi due piccoli viadotti che scavalcano altrettanti canaloni,  piccole gole nelle quali si incunea un venticello importuno. Si apre sulla nostra sinistra la pianura bruna e lontana e ci rendiamo conto che quel mondo di neve che sembrava universale e dominante era solamente un oasi che una favorevole Divinità ha voluto riservarci.  Quota massima: 1670 metri; gradualmente scendiamo fino al “Prato dei Piumini da Cipria” (ovvero tondi fiori di cardo che altra volta vedemmo spuntare dalla neve) per poi risalire ancora verso il “Valico del Confine”  Nella nomenclatura nostrana è quello dov’è situato il cartello blu che indica la Provincia di Caserta. Comincia a prendermi la sindrome della meta. Riusciremo ad arrivarci a questo confine, che appunto quale meta mi ero prefisso? Un elemento è disperso, un altro comincia a guardarsi intorno e a chiedermi con il muto volgere degli occhi: “Ma dove vuoi arrivare?” Chino la testa e spingo sugli sci e quando finalmente scorgo il sospirato cartello azzurro lancio perentori gridi di richiamo e di  rasserenamento. Ci siamo.

Dopo il cartello la strada scende e si apre verso la zona del rifugio di Mont’Orso. Di fronte, a  sud est la mole allungata, scura ma coronata  di bianco, del monte Mutria, terza cima del Matese. A destra, ad ovest, la profondità della zona del Lago, lago che si intuisce ma non può vedersi per l’ostacolo di una costa importuna.

Sono le 13,30; ci concediamo la rituale sosta di contemplazione e ristoro, cercando invano di comunicare con il disperso.

L’opportunità di ripescarlo ed un certo calare delle nuvole alle nostre spalle ci inducono a ritornare.Ritroveremo presto l’amico (fermatosi a mangiare) e godremo della reiterata e prevalente successione delle ampie vie di discesa che menano alla baita. La pendenza è dolce e la neve è diventata definitivamente morbida, con disappunto degli esperti e sollievo dei meno esperti. Troppo presto siamo al rifugio, ma ci appaga e ci attende il divertimento delle ondulazioni di fondo valle; non riprenderemo più la via infatti, se non proprio alla fine. Nel divertimento si sa c’è anche qualche gobba più ostica che va risalita a spina di pesce se non scalzandosi. Ci sono però le successive discese, piene di ebbrezza e di gioia. La nebbia è stata solo una minaccia, possiamo pertanto proseguire liberi ammirando ancora una volta i bastioni della Gallinola; possiamo altresì appuntare lo  sguardo su di un suggestivo crocifisso ligneo per rivolgere un pensiero riconoscente al Creatore di tanta immensa bellezza.

La giornata è finita e migliore non poteva essere: nemmeno ci turba l’ultimo tratto di strada sporcato e pasticciato dalle motoslitte e allietato dagli altoparlanti dei falansteri dello sci che sorgono attorno all’altopiano. Quello che resta è la neve e ne abbiamo avuta  quanta e quale non speravamo.

E se c’era la neve, fossimo pochi o molti, fossimo sui Picentini o non ci fossimo,  non ha davvero importanza.  Perché?  Pensavo l’aveste capito:  ubi nix ibi CAI !

FpFerrara