11 Marzo 2007 -

Senza di lei

Domenica scorsa, almeno, fu un tenero addio. Lei mi si concesse ancora un poco ed il cielo azzurro diede serenità al nostro commiato. Stavolta invece…..Stavolta un’assenza secca, brutale, senza speranza, sottolineata da un cielo plumbeo e da un vento maligno che  sferragliando tra gli alberi, quasi fosse un treno, andava ripetendo: “Non c’è, non c’è, non c’è….”

In piena corrispondenza con la tristezza del cielo, la terra dell’inizio del cammino si presenta tetra ed ostile: lo sfasciume di una strada in disfacimento, aguzze pietre franose, non lieti rivoli di torrente, ma scoli d’acqua disordinati, buoni a dissestare definitivamente il tracciato.

L’emersione sul Varco Sellara concede un momento di consolazione per il riapparire del prato. Non consola invece, ma aumenta il rimpianto, una evanescente e lontana spolverata di neve che a mala pena ed a tratti emerge sotto il bordo delle nuvole, statiche e grevi, che opprimono il Polveracchio.  Ci caliamo giù nella valle del Trogento, fino ad attraversarne il corso, quest’anno assai magro, per poi risalire in sentiero verso l’Eremo di San Michele. Il gruppo si attarda e si sgrana, mentre i più forti ascendono per direttissima e ci attendono impazienti presso la Chiesa. Un accenno di sole ci illude durante la salita per poi subito scomparire; la vista verso il mare e la valle del Sele ci concede comunque qualcosa. Non si concede invece l’Eremo, non per volontà di San Michele, ma dei suoi fedeli e custodi che non ci hanno consegnato la chiave. Ci accucciamo sulle scale, riparandoci in qualche modo dal vento; contempliamo l’opera paziente ed ardita di coloro che – nei cosiddetti secoli bui – riuscirono con fede e maestria a fondere perfettamente la fabbrica con l’erta parete della montagna.

Qualcuno accende un fuoco, ma la sosta deve essere breve poiché siamo a meno di un terzo del cammino.

Risaliti sulla zona sovrastante alla roccia iniziamo la lunga traversata del Piano di Monte Nero, un tempo “Monte Aureo”. Il nome attuale, almeno oggi, è ben appropriato: tutto infatti sopra ed attorno a noi si presenta con quello stretto parente del nero che è costituito dal grigio di ogni tono. Grigio piombo, grigio fumo, grigio violaceo, grigio argento, grigio verde. Quest’ultimo deriva dall’incontro dell’ atmosfera con la boscaglia di agrifoglio che infesta il Piano e, sempre più fitta e ribelle,  minaccia di chiudere il cammino.

Ogni arbusteto appare munito alla base di un fogliame irto e pungente, destinato a dissuadere l’incauto ruminante; in alto e fuori pericolo le foglie si presentano armoniose e lisce.  Coriacei e setolosi come sono, invece, i cinghiali non avranno difficoltà ad inoltrarsi ed occultarsi in quella sorta di fortilizio che ogni singolo boschetto realizza. 

Ma poi il  Piano risulta definitivamente aperto e spoglio e ci mostrerebbe quasi intera la piramide della Picciola se non fosse per l’onnipresente nuvolaglia. Più vicino a noi, quel che resta di un antico casone, ormai quasi del tutto disfatto. Celebrandone la memoria raccogliamo tra le sue pietre un orrido collare antilupo, rugginoso e tagliente. Ne adorneremo il collo di una caina e la fotograferemo a monito dei più: guai a chi la tocca!

La via è chiusa da un cancello finestrato che ci costringe alle forche caudine. Poco dopo, la discesa in veloce sterrata nella raccolta conca di Piano Canale. Ci lasciamo abbracciare dai suoi faggi alti e slanciati, trovando finalmente rifugio e pace dopo le asprezze del principio e l’ampia desolazione del Piano. Ci accompagna il crocchiare delle foglie morte, profondo tappeto sotto i nostri piedi.

All’improvviso si apre uno scenografico terrazzo sporgente su di una famiglia di menhir che si ergono orgogliosi a sfidarci; la sfida è raccolta da un noto stambecco, che salta giù per una  costa ripida ed infida a fotografarne la base, la lunghezza e l’altezza.

Il tempo vola e procediamo senza una sua chiara percezione. Tuttavia ad un bivio ci separiamo, mentre i tecnologi titillano i loro sensi con ripetute rilevazioni di GPS. Coloro che sono in riserva prendono subito la discesa finale; altri (e sono in maggioranza) hanno ancora forza e voglia per deviare verso la Grotta Prufunnata.

La discesa finale peraltro è preceduta da una inopportuna salita e si rivela poi a propria volta poco agevole, svolgendosi come un dispettoso sentiero misto di  rocce e di terra. Più che badare ad esso, peraltro, dobbiamo badare ad inattesi campioni di motocross (o trial) che fracassando e fumando si avventurano sull’erta. Gli auguriamo ogni bene e proseguiamo in vista dell’alta Valle del Sele. La costa opaca e bluastra del Marzano-Eremita lascia a stento trasparire gli abitati di Colliano e Valva che altre volte abbiamo visto spiccare rosei alla luce del tramonto. Ma oggi la luce non c’è e quindi non c’è nemmeno il tramonto. La giornata è trascorsa sotto un ventre gonfio ed uguale di nuvole che partoriva soffi intermittenti di vento. 

Siamo sull’ asfalto,  su quell’asfalto che non è mai caro agli escursionisti, siccome incompatibile con i loro scarponi. La segnaletica cessa e non è facile reperire la desiderata meta del Cimitero (n.b. desiderata solo perché è la che ci attende il Bus) Tra un occhio alla carta e domande agli abitanti delle case sparse prendiamo la giusta direzione. Saremo alla fine raggiunti dal gruppo della grotta che ha ben recuperato.

Nel ventre caldo del  torpedone mi abbandono alla gratificante stanchezza del dopo escursione, circondato e consolato da tanti compagni di fatica.  Con finta ingenuità ed una punta di sadismo per tutto  il giorno hanno  domandato come mai fossi con loro e non fossi con Lei. Sapevano bene che Lei mi aveva abbandonato. Ma non glie ne voglio, anzi: Lei non c’era si, ma c’erano Loro, tanti ed amati, e questo è molto di più di quanto  potessi meritare.

A proposito,  qualora non lo si fosse capito Lei, naturalmente, è la NEVE….

Fp Ferrara