6 Ottobre 2007 - Cronache Picentine
(Escursione fuori programma – in vista di futuri programmi – alla Punta di Tormine – Picentini Occidentali – Ottobre 2007)
Cima, vetta, pizzo, punta, sono tanti i nomi che possono indicare la sommità di una montagna. Quello di punta, però, è indubbiamente suggestivo, siccome indicativo di qualcosa di aereo, trafiggente e sottile, puntato contro il cielo. “O monti che levate alte le cime, nell’ansia eterna di ferir l’azzurro” così suona un verso ottocentesco di cui non ricordo l’autore.
Quando poi al termine di punta si associa quello di Tormine, la suggestione cresce. E non inganni il gioco di parole termine-tormine, fin troppo facile e banale. No, la mente corre altrove. Piuttosto che evocare la fine il confine, la delimitazione e simili, la fantasia dell’alpinista ( sia pure della sottospecie escursionistica) corre altrove. Si abbandona ad evocare tormente, anzi turbini di venti, lampi, tuoni e saette, furie degli elementi su di una cima ardita e isolata che ha osato sfidare e ferire il cielo. Il toponimo, poi, ricorre anche altrove: Dugal di Tormine, in loc. Tarmassia, prov. di Verona, con riferimento ad un turbinoso canale che regimenta il fiume Menago; in Estonia addirittura, se mal non ho interpretato le onniscienti informazioni di Google, redatte peraltro nella lingua di quel Paese od in altra simile.
Tutto questo per una cimetta di 1029 metri, situata appena a monte di Giffoni Vallepiana? Ebbene si: mai come in questo caso “liceat parva componere magnis” (sia consentito accostare le cose piccole a quelle grandi)
Cerchiamo di capire il perché di questa licenza ripercorrendo il cammino di un sabato di ottobre. Un ottobre ancora caldo, non soleggiato, ma oppresso da una copertura di nubi alta e continua che lascia finalmente sperare la pioggia. Veramente non la speriamo per oggi, abbiamo anzi anticipato l’uscita per scansarla domani. Poche gocce ogni tanto ci mettono in ansia, ma non le curiamo e saliamo agili il sentiero della zona delle Miniere (di ittiolo) di Giffoni, nei Picentini sud-occidentali. La via risulta inopportunamente ampliata per un’opera di “valorizzazione” della zona, ma ci consoliamo del guasto ambientale proiettando lo sguardo sulla valle. E’ ancora verdissima, ad onta della siccità e dell’autunno incipiente. Spunta appena qua e là il rosso di qualche tetto di Giffoni e delle sue frazioni, ma già non vedi più il mare e la periferia salernitana. Ripetuti e profondi sono i valloni che la solcano: Pagliariello, Sauco, Rio Secco….. Sopra il Varco di Cerasole o “del Patanaro” si erge deciso il Monte Pizzautolo; lo tralasciamo però, attratti dallo slancio della Punta di Tormine. Cessata la zona manomessa, il sentiero riprende le sue antiche dimensioni ed il suo fascino discreto; affrontiamo quasi volentieri le spine ed i tronchi abbattuti che ogni tanto lo ingombrano. Superiamo quindi la “Porta di Monte Diavolo” valico dal nome intrigante che separa la Valle del Picentino da quella del Calore. Proseguiamo verso est cercando invano di scorgere al nostra punta nel fitto della vegetazione ma, cominciando a scendere, ci accorgiamo di essere fuori strada. Ce lo conferma un rustico cercatore di tartufi accompagnato dai suoi cagnolini. Urge ritornare alla Porta per prendere decisamente a sud e risalire una pendice boscosa che dopo un po’ si apre su di un poggio prativo aperto sulla valle. Lo riconosciamo e lasciando a destra davanti a noi il percorso verdissimo che porta ai monti Licinici, affrontiamo, svoltando ancora a sinistra, quella che pensiamo essere la salita finale. Ma finale non è: il cammino è ancora abbastanza lungo e reso difficoltoso da faggi contorti e lecci scabrosi che rendono difficile il cammino; le tracce di sentiero d’altronde si fanno via via più esigue, affogate come sono da una robusta ed insidiosa falasca. Ci si arrangia come si può: chi segue la dorsale, chi ne aggira i pungenti spuntoni di roccia inseguendo tracce laterali. Per quanto piccola sia questa montagna, presenta essa pure l’irrisione delle varie anticime, fatte apposta per deludere il frettoloso viandante. La cima vera e propria richiede un ultimo strappo e l’aiuto delle mani, peraltro impacciate dai bastoncini, scomodi in questa occasione. Quando finalmente si emerge, la Punta mantiene le sue promesse. Non c’è altro che verde, non c’è altro che la maestà di altre cime, incombenti ma non opprimenti, messe lì solo per gratificarti e farti sentire pienamente immerso in un ambiente diverso e tutto tuo. Tutto tuo perché riconosci come amici e fratelli la possente mole del Terminio, verde nel Collelongo, loricata di rocce nella parte occidentale; le braccia aperte dell’Accellica con il Ninno appuntito nel suo seno, l’inseguirsi delle dorsali minori e tante volte cavalcate delle Serre del Lacerone e del Caprio, la doppia cupola della Serralonga, l’armonioso varco della Finestra che si erge a chiudere a oriente la Valle del Sabato con lo sua distesa infinita di castagneti, dai quali sfiocca un romantico fil di fumo. Non meno fitta di verde è la Valle del Picentino, nella quale puoi distinguere le gobbe della Serra Colle del Ferro e gli zoccoli calcarei che sostengono i Piani di Giffoni con il prezioso scrigno della Grotta dello Scalandrone.
Ma l’universo Picentino non è esclusivo e geloso. Al di là di esso puoi ancora vedere gli Alburni, ben distinguendo Nuda e Panormo e puoi indovinare nella foschia Cervati, Mercure e Gelbison
Tutto questo ancora non ci appaga perché subito dopo la nostra Punta ce n’è un’altra, leggermente più alta, 1154 mt, dice la carta.. Ce ne rendiamo conto per la prima volta e come se fosse la prima volta la scrutiamo. Guardarla e desiderarla è tutt’uno. Aspettiamo solo che il più tenace del gruppo ci inviti a provare per calarci in discesa verso est, su di una linea inizialmente abbordabile. Tuttavia l’esile cresta che stiamo percorrendo ci minaccia e ci diffida con un roccione apparentemente insormontabile. Troviamo però più in basso una traccia utile ad aggirarlo. Lo facciamo euforici, disperdendoci anche stavolta su abbozzi avari ma percorribili. D’altronde è percorribile anche il pendio finale, pur senza tracciati, ma in libera salita sulla falasca. Spunta infine la seconda punta, più orientale della prima ed ancor più aperta sull’Accellica e la Valle del Picentino, che ne raddoppia le sensazioni e ne esalta l’incanto. Sostiamo a lungo sul suo prato sommatale e staccandoci da lei a fatica ci domandiamo come mai in precedenza non l’avevamo presa in considerazione, come mai avevamo ritenuto la prima vetta assolutamente finale e sospesa nel vuoto. Eppure non era così: l’altra punta è spuntata!
Con ottimistica filosofia concludiamo allora che in montagna, come nella vita, c’è sempre un’altra possibilità. O no?
Francescopaolo Ferrara
