14 Ottobre 2007 -

Via col vento

(Escursione interesezionale per due vie all’Accellica sud)

Sul bianco, interminabile stradone pedemontano dell’Accellica il gruppo si è ricomposto. Per modo di dire, poiché l’assoluta univocità della via del ritorno e la inevitabile discrepanza dei passi ha ampiamente stracciato la lunga e variopinta fila dei 60 escursionisti che per diversi itinerari e con diversi intenti hanno risalito la montagna. I forti, più o meno capaci di arrampicare, dalla Savina, affrontando quindi per direttissima e con l’ausilio di una ferrata appena messa a dimora il muro della cima sud; i pedoni per la via classica dell’Acqua Fredda e della intera dorsale.

Ma ora, almeno virtualmente sono tutti insieme, mentre la luce radente del tramonto fruga golosa ogni anfratto della verde vallata acernese e le foglie morte turbinano come vive intorno ai loro passi. Un tappeto di ricci di castagno, ancora pregni del loro frutto, intervalla qua e là il cammino ed invano i puri cercano di fermare la mano rapace degli interessati, profittevole dell’assenza dei legittimi proprietari di quel tesoro.

Il vento, un vento impetuoso e fortissimo, ha segnato e condizionato la giornata. Il gruppo dei bravi lo ha patito nudo su tutta la dorsale della Savina che al mattino si presentava addirittura incappellata dall’unica coltre nuvolosa di una giornata per il resto limpidissima. Quella specie di zeppelin dondolava beffarda sulla cresta, spingendosi attraverso il Varco del Paradiso sino a metà della pur lunga schiena dell’Accellica Sud. Si è poi dissolta, ma le raffiche di grecale sono rimaste continue e possenti. Sotto la loro sferza il primo gruppo, misto di caini salernitani, baresi e beneventani, condotti da un tris d’assi di tutto riguardo (Enzo Apicella, Valerio Bozza e Sandro Giannattasio) non solo ha proseguito imperterrito, ma ha affrontato le lunghe e laboriose operazioni della risalita finale. Quale teste di riferimento (ovvero non presente ai fatti) chi scrive può solo fare cenno alle difficoltà non gravissime, ma comunque insidiose, costituite dal misto di roccette infide e malferme e di scivoloso terreno. Il tutto mentre il gelo del vento raggrinchiva muscoli e mani e rendeva penoso  il lento svolgersi, uno per volta, del  balzo risolutivo.

Meno avventurosa, ma non priva di qualche spina, l’escursione normale. Finita la marcia di avvicinamento lungo il noioso stradone iniziale, giocando a rimpiattino col vento che dopo essere scomparso nei punti murati, ci inseguiva negli anfratti e nelle gole, ci si è dovuti inerpicare in una sorta di labirinto di vecchie ginestre, novellame di castagno selvatico e di cerri e quant’altro di piccole essenze che un improvvido e sporco taglio di bosco ha lasciato proliferare.

La giungla si dirada man mano, facendo occhieggiare le fallaci promesse di funghi, corposi ma dubbi nella loro commestibilità. Il porto della Fontana dell’ Acqua Fredda ci consente una opportuna sosta, abbreviata tuttavia dall’onnipresente vento che riesce ad infilarsi nel semicerchio circostante alla vasca, che pur si annunciava come un sicuro riparo. Le ampie tracce di ogni genere delle vacche ci indicano un tranquillo sentiero che inanella giri su giri e tornanti su tornanti, fino alla sovrastante ed asciutta fonte dell’Acqua Freddella. Siamo oltre i 1200 metri e di qui inizia un bosco più serio attraverso il quale il sentiero si impenna imprevedibile e brioso, ma tuttavia non ostile, senza più rocce, ma  su un terreno dal caldo colore del cioccolato. Il gruppo si sgrana, i lacci degli scarponi si sciolgono nello sforzo e qualche servizievole cavaliere evita alle dame la fatica supplementare di chinarsi a riallacciarli. Qualcuno sosta a prendere fiato  ed è  incoraggiato dai primi che già intravedono il cielo al sommo della parete. Sono gli ultimi balzi, favoriti dall’utile abbraccio agli elastici tronchi che fanno da appoggio e ringhiera. Trionfo di luce e panorama sulla cresta. Allo sguardo stupito ed ignaro di coloro che “primamente conoscono il tremolar della marina” (salernitana vista dai monti) offriamo ed illustriamo, da un lato, il seno meridionale del golfo, con la duplice punta di Tresino e di Licosa, dall’altro l’angolo settentrionale. E se Salerno resta appena celata dal montarozzo del Tobenna, nitide si stagliano sullo sfondo le ricamate creste dei Lattari, sormontate dalla corona del S.Angelo a Tre Pizzi. Illustriamo, naturalmente, anche il ricco campionario di monti che la nitidezza della giornata ci squaderna: dal Vesuvio, al Partenio, dai Mai al Terminio ad occidente; dal Cervialto all’Alburno, al Cervati al Gelbison e quant’altro ad oriente e a mezzogiorno.

Eolo ci regala questa perfetta visione, ma ci sferza incessante e produce un’ulteriore secessione. Un gruppetto si accuccia sotto un ciglione; la maggiore e restante parte, condotta del vigile Lorenzo, prosegue decisa lungo la dorsale che conduce alla cima, un’articolata groppa che si torce in reiterati saliscendi, strappi di un potente destriero o emerso e stabilito nell’orogenesi ma, sempre ribelle al freno, pronto a disarcionare ancora qualche incauto cavaliere. Ciò per fortuna non avviene, ad onta delle raffiche che aumentano la precarietà del cammino. Sulla vetta sud si realizza puntuale il rendez-vous con gli arrampicatori (o almeno con i primi di essi) e tutti insieme ritornano presso quelli che si erano fermati, facendo tavola e famiglia grazie agli amici sanniti che hanno tratto dai loro zaini una impensata ed industriale quantità di  cibi dolci e salati,  cucinati con provvida mano casalinga: industriale era solo la quantità non la qualità.

Brindiamo alla neonata Sezione di Benevento, abbozziamo con scarsa fortuna un canto e via.

Via rotolando leggieri lungo il sentiero terroso, tra le placide vacche che hanno raggiunto le fonti per l’abbeverata della sera, lungo la giungla del novellame ove occhieggiano i funghi dubbiosi, lungo lo stradone terminale che, ad onta del suo nome, sembra non finire mai.

Ad ogni curva della via, ad ogni squarcio degli alberi si ripresenta la nota e cara cartolina di una Acerno incastonata con perfetta e discreta armonia  nel mare della verzura. Salutiamo con l’amore di sempre questo nostro luogo dell’ anima, solo rimpiangendo che la mano dell’uomo e la catastrofe del terremoto non abbiano reso la sua architettura degna della sua natura.

Il calare della luce ci sorprende come improvviso: è sempre così a mezzo ottobre, dopo la lunga estate e le lunghe giornate. Una falce eterea ed elegantissima di luna danza sul timpone meridionale dell’Accellica, mentre riappare qualche fiocco di nube.   Si insinua nelle menti e nei cuori quella sorta di malinconia che sempre si accompagna al principio dell’oscurità ed al concludersi di una giornata felice. La affidiamo al vento, affinché la porti via e ci faccia veleggiare sereni verso nuove e  sempre memorabili  giornate. Via col vento!

Francescopaolo Ferrara