4 Novembre 2007 -

Benedetto cocuzzo

(Cocuzzo delle Puglie – Parco Nazionale Cilento)

Non c’è volta che non siamo andati sul Cocuzzo delle Puglie e che non sia successo un qualche  accidente. Sembra quasi che uno strano sortilegio aleggi su questa misteriosa montagna, tant’ è che siamo stati tentati di battezzarla come il Cocuzzo maledetto. Ma alla fine……

Il primo approccio con la montagna benedetta vide coinvolti lo scrivente e due amici del Corpo Forestale. Discesi dalla montagna (affrontata in un pomeriggio invernale) fu subito sera! Fu sera e nebbia fitta, proprio quella che si taglia con il coltello. Riuscimmo a venir fuori dal pianoro sottostante al Passo della Sentinella –dopo aver girato a lungo in tondo- solo allorché il più furbo dei tre ebbe ebbe l’idea di orientarsi captando il rumore di un motore proveniente dalla strada statale che non era lontana.

Questa è preistoria. Inizia la storia del CAI e fra le prime escursioni piazziamo un bel Cocuzzo, con la sicura guida di Sabatino Landi, vecchio alpino ed esperto per definizione. Dopo la salita alla prima cima proseguiamo verso sud est, per scendere alla Sella del Corticato dove aspetta il bus che ha trasportato i 52 escursionisti. Inizia così un lieto saliscendi fra boschi e prati, i primi presso numerose e reiterate piccole cime, i secondi nel fondo di minuscole cavità vallive. Apprezziamo la particolare morfologia del Cocuzzo che richiama quella dell’ Alburno, ma se ne differenzia nei particolari, qui notandosi invece di paurosi inghiottitoi e severe rocce carsiche, verdi poggi ed amene vallette, quasi un susseguirsi di segreti giardini. Capiamo che la cima del Cocuzzo (mt.1411) non è la più alta della dorsale, essendovene altre maggiori (Timpa Cerevolla mt.1428; M.Puglie mt. 1465 ecc.)

Quando comincia ad imbrunire (siamo in autunno avanzato) cerchiamo la via di discesa, anzi ci pensa la nostra guida che ci annuncia la presenza di un comodo sentiero, presso la “Grotta dei Porci”. Ma non ci sono né grotta né porci. La valle della Sella del Corticato è a picco sotto di noi, seicento metri più in basso, ma di sentieri nemmeno l’ombra. Lo sbocco allora non è questo, forse è il prossimo. E così costeggiamo a lungo la cresta rocciosa sperando ad ogni invito, ad ogni apertura. Vediamo anche l’autobus laggiù sulla strada, ma ci vorrebbero le ali. Tornare indietro, guadagnare il versante di Sala e poi recuperare il bus con altri mezzi? Un pastorello uscito improvvisamente dal bosco, come nelle favole, ci incoraggia invece ad andare avanti e ci dice che si può scendere verso il Corticato. Sabatino lo prende in parola e all’ultimo sbocco (dopo c’è il muro assoluto) si butta avanti. E’ giocoforza seguirlo. Rotoliamo giù con le unghie e coi denti (si fa per dire, per lo più trattasi di sederi incollati alle rocce e alle spine) contemplando come un miraggio le lucine lontane dell’autobus che ci aspetta. Qualcuno dopo quella volta non è tornato più al CAI !

Il terzo episodio riecheggia il primo. Per evitare la perigliosa discesa alla Sella del Corticato, dopo un ampio circuito fra cime e controcime, decidiamo di ridiscendere al Passo della Sentinella. Cala però inesorabile la sera e pur senza nebbia è difficile orientarsi tra i fossi, le frasche, le spine e i canali fangosi del piano che ci separa dalla strada. Anche qui guardiamo speranzosi e indispettiti alla luci del pullman che è lì, ma sembra irraggiungibile. In ordine sparso: chi scende chi sale, chi si allarga, chi si stringe, chi si allontana. Miracolosamente ci ritroviamo alla fine tutti sul mezzo meccanico.

E veniamo ai nostri giorni. Il tempo è passato ed ha steso abbondanti veli sui ricordi delle trascorse avventure. Del tutto ignari e rilassati affrontiamo 4.11.07 il nostro Cocuzzo, come per una passeggiata di assoluta routine. Del resto i direttori (Apicella e Pannella) sono supportati da Mario Pierri, amico e conoscitore dei luoghi.  Ci infiliamo affianco alla Montagnola, pittoresca appendice del Cocuzzo a forma di diedro inclinato verso valle. Le spine ed il fango sono sempre più abbondanti, ma ci consola e ci distrae lo spettacolo dei verdissimi rampicanti che tappezzano le pareti rocciose ed i robusti ciuffi di agrifoglio, abbondantemente punteggiati di rosso. Prevale però la ruggine delle foglie morte, comodo tappeto sul comodo sentiero. Il cielo si fa grigio e affretta i tempi della sosta presso un’antica fontana. Si è allontanata da lei fuggendo sulla retrostante costa boscosa una famigliola di cinghiali dei quali  abbiamo disturbato l’abbeverata. Noi risaliamo per la pendice opposta, lungo un sentiero che si svolge graduale e molteplice fra piccoli massi. Giungiamo sotto la prima cima, ma una nuvoletta ce ne impedisce la vista. Un ottimo pretesto per non salirvi e proseguire per il piccolo valico che ci troviamo davanti? No. Alla cima non può comunque rinunciarsi ed almeno i più tenaci la guadagnano incuranti di un’umida e penetrante nebbiolina che presto diventa pioggia. Altri aspettano al valico. Da questo, poi tutti insieme,  riparandoci alla meglio dalla pioggia che è diventata insistente.

Boschi e vallette, come da copione. Ci viene promessa una comoda via di discesa e proseguiamo fiduciosi anche perché la pioggia cessa e riappare qualche timido raggio. Giannattasio è irreperibile, ma non ce ne curiamo più di tanto, data la sua scienza. Un altro genere di preoccupazione si profila invece allorché affacciandoci sulle creste ci rendiamo conto quali altezze e quali balze ci separano dalla Sella del Corticato. Gironzoliamo, ancora certi del (comodo?) passaggio a sud-est. Si parla però ad un tratto di via più breve anche se un po’ disagevole. Si materializza il ricordo della discesa di tanti anni fa, ma dobbiamo rassegnarci, dobbiamo pur scendere. Dopo un piccolo imbuto prativo, il versante si ripresenta ostico e severo. Pietre bianche e scivolose, righe di terra fangosa, pendenze notevoli: l’unica salvezza sono i tappetini erbosi che, quando ci sono, danno un più affidabile appoggio. I piè veloci saltellano giù incuranti. Le ginocchia usurate frenano più di uno. Altri sono in palese difficoltà e solo i buoni samaritani di turno  – ma poi sono sempre loro: (San) Lorenzo e Mario Pierri – riesce a farli procedere: “appoggiati a me, non guardare giù, metti il piede lì, aggrappati a quello spuntone”. Si confondono nel cielo il grigio delle nuvole e l’inizio dell’imbrunire. Una pittoresca conca accesa di felci rugginose ci promette requie e respiro. Vi planiamo sollevati, accompagnati da un latrare di cani che difendono il loro territorio. Cavalle brune ci osservano guardinghe; vorremmo avvicinarle, ma non c’è tempo. Non c’è tempo anche perché la conca termina presto e dopo di lei riprende la pendice scivolosa ed irta di sassi. Con santa pazienza e tanta disillusione riprendiamo il minuetto di prima. La valle è ancora lontana e l’altimetro ce lo conferma. Un gruppo intermedio si è  fermato ad aspettare la coda. Lo esortiamo a gran voce a sostare ancora per ristabilire il contatto. Apprendiamo da loro che la testa è  fuggita e invece di calare verso la pianura risale una collina laterale, perché dietro di essa è l’ agriturismo che costituisce la nostra meta. Ma risalire per poi ridiscendere, su chissà quale terreno, è improponibile per le condizioni dei più provati e per l’oscurità incombente. A valle, a valle verso una strada qualsiasi e verso una meta qualsiasi, anzi verso un invitante e pianeggiante querceto. Raggiungeremo la casa di Pasquale (amico del luogo) e di lì telefoneremo per farci riprendere.

Dobbiamo prima respingere il tentativo dell’indistruttibile Giannattasio che, tornato indietro, cerca di convincerci a risalire la pendice, promettendoci solo mezz’ora di cammino. Mezz’ora per lui….. Puntiamo verso la fattoria di Pasquale, preceduta da una suggestiva fioritura di falò, accesi da boscaioli che bruciano le ramaglie residuate dalle loro operazioni.

E Pasquale dispone di un camion. Niente telefonate di soccorso, dunque, ma tutti insieme appassionatamente sul cassone, come extracomunitari tradotti al lavoro dei campi. Mario affronta disinvolto le curve, mettendo a dura prova le reni ed il coraggio dei passeggeri. Una zucca di Halloween spunta dal buio ormai completo e ci irride beffarda da una terrazza; il vento penetra nei capelli e nelle vesti ancora umide per la pioggia. Qualcuna va in crisi e vorrebbe buttarsi giù. Ma il tragitto è breve. Emergono dall’oscurità e dalla solitudine, quasi irreali, le luci del bus prima e quelle dell’agriturismo dopo. Il passaggio alla normalità è brusco ed inaspettato. Il gruppo si ricongiunge presso la tavola imbandita, scambia sensazioni ed esperienze, rimostranze e rilievi; si discute sulla conduzione dell’escursione e sugli itinerari possibili.  Ma alla fine unanimamente delibera: benedetto Mario Pierri,  benedetto Cocuzzo!

Francescopaolo Ferrara