9 Dicembre 2007 - Cronache Picentine
“L’inverno del nostro scontento” è un famoso romanzo di Steinbeck che descrive l’infrangersi di malcoltivati sogni ed il fallimento di una vita.
Fuori dalla letteratura e nel piccolo mondo di queste cronache (in cui, com’è ovvio, non hanno cittadinanza temi romanzeschi od esistenziali) lo scontento può essere solo quello, assolutamente contingente, di una giornata invernale che si è trovata a viaggiare in direzione parzialmente opposta al treno dei desideri.
In breve, il problema di fondo (!) è sempre quello che affligge lo sciatore: ci sarà o non ci sarà, la neve?
Il week end dell’Immacolata si presenta più che altro gravido di pioggia. Una coraggiosa pattuglia parte comunque per il Pollino; gli altri, in ordine sparso: chi per agrifoglio e pungitopo, chi per musei, chi per colline e ristoranti, chi a casa. Gli stessi fedeli del Circo Bianco decidono ( a maggioranza) che la neve non c’è o che comunque è scarsa ed a quota troppo elevata. Si opta dunque per un’ascensione (a piedi) ripida e rapida al vicino Monte Monna, da quale si farà presto a fuggire al paventato sopraggiungere della perturbazione pomeridiana. Detto fatto: poco dopo le otto siamo già a San Cipriano Picentino, linda ed elegante di palazzi signorili e giardini, come un’oasi dopo tanta periferia degradata. Qualche rovina c’è anche qui, è la parrocchiale di Vignale, cinta di sospesi restauri. Affrontiamo da essa una strada erta e grigiastra, cementata fra i castagneti. La solcano profonde righe orizzontali, destinate a facilitare la presa di gomme e scarponi. La anneriscono tappeti di ricci bruciati di castagne, dai quali ancora occhieggia qualche frutto, sopravvissuto ad un rogo destinato alla pulizia ma rivelatosi spurio genitore di inopinate caldarroste.
Dove il cemento cessa il fondo liscio e cretaceo ci fa scivolare incredibilmente all’indietro.
Ripariamo sui tratti di prato e, varcato un canalone, intraprendiamo un articolato zig- zag fra innumeri terrazzi coltivi. La sterrata si disperde in una pluralità di sentieri, tutti percorribili e tutti crocchianti di foglie. Tra di esse residuano ancora castagne, talora notevolmente paffute, sfuggite alla raccolta o rimaste oltre tempo sui rami. Non ci distraggono più di tanto, ma qualche tasca si gonfia. Cerchiamo di tenere una rotta utile a scansare verticalità indigeribili. Quando tuttavia cessano i castagneti, sarà giocoforza affrontare l’erta prativa “dritto per dritto” appena spezzandola con improvvisati tornanti pedonali. Puntiamo ad un cimetta rocciosa (ad est della vetta) che appare e scompare a seconda del capriccio della pendenza. Niente e nessuno può toglierci, invece, una visione sempre più ampia e panoramica. Sotto di noi, a picco, i tetti rossi di San Cipriano e poco oltre la piana ed il mare. Il sole, che sinora non ci ha abbandonato, esalta l’azzurro ed illumina radente il seno pestano in fondo al quale si stagliano nitide le penisolette di Licosa e Tresino. Perdoniamo la plastica delle serre, anche perché possiamo confonderla con un riflesso argenteo di acque o con una striscia di nebbia che si allunga pigra e fantastica lungo il corso del Sele. A monte, la poca neve che disegna le creste dell’Accellica si presenta invece bianchissima e compatta sulle pareti del Terminio. Sentenziamo trattarsi comunque di una spruzzata, per non avere dubbi e rimpianti.
Quando la cimetta (quota 983) è finalmente raggiunta, il sole ha ceduto il posto ad un grigiore diffuso e ad un venticello maligno; proseguiamo allora in direzione ovest lungo la cresta che, dopo una mezzaluna verde, si presenta come una gradinata puntuta di sassi bianchi. Su, con attenzione, specie nell’affrontare la pendenza di un liscio lastrone ove è opportuno tenersi alla roccia, industriandosi di non farsi impedire da zaino e bastoncini. Un piccolo slargo sotto le ultime roccette induce il meno ardito ad accomodarsi e a desistere. Qualcuno gli fa compagnia, altri prosegue sino alla cima che è appena più sopra (m.1195). Tutti insieme consumeremo però un rapido e frugalissimo pasto. E qui viene lo scontento: mentre, sostanzialmente paghi, adempiamo al rito di un anticipato mezzogiorno risuona un grazioso ed inatteso squillo. E’ la voce festante di Diana la quale ha raggiunto comunque il Polveracchio e ci descrive euforica lo splendore e l’abbondanza della sua neve. La minoranza che s’era ormai rassegnata è colpita al cuore. Abbozza appena un timido “Io l’avevo detto” ma non può che restare silenziosa e rimuginare improbabili programmi di recupero e rivincita infrasettimanali. Coerentemente con il momento, il cielo si fa sempre più grigio, appesantito da cospicue coltri nuvolose che avanzano dal fronte dei Lattari.
Rotoliamo rapidi a valle, ma non a tutti le ginocchia lo consentono. Studiano i geografi avventurose ed inedite risalite nientemeno che del Tobenna , mentre la minoranza si crogiola nel suo scontento. Che almeno sia quello di un solo giorno e non di tutto l’inverno!
Francescopaolo Ferrara
