16 Dicembre 2007 -

Vita sociale

Natale prossimo: scambio di auguri, incontri, feste. Non si sottrae il  nostro sodalizio alla tradizione ed appronta il suo pranzo o la sua cena sociale. Ogni anno, ed ogni anno con la solita dialettica: cena sociale in città con abiti eleganti o pranzo in montagna con scarponi ai piedi?

Quest’anno, per la verità un interrogativo ben più grave ed angoscioso si è posto, prospettandosi il dubbio della eliminazione stessa dell’appuntamento a causa del lutto che in questi giorni ha colpito la Sezione in uno dei suoi più brillanti ed amati amici, Carlo Pisacane.

Prevale alla fine la decisione di incontrarci ugualmente e di cantare la sua canzone, come se lui fosse presente, come lui, se avesse potuto,  ci avrebbe probabilmente suggerito.

La giornata è di quelle che la retorica mediatica inscrive al calendario polare. In realtà, solo temperature prossime allo zero. La meta, del resto, è vicina e riparata dai venti balcanici, siccome collocata nei primi contrafforti meridionali dei Monti Picentini: le miniere di ittiolo in quel di Giffoni. Le giacche rosse del Gruppo speleologico ci fanno da guida, ma non riescono ad evitare che gli autisti meno esperti si impuntino sull’unica curva del percorso ornata da labili tracce di ghiaccio.  L’escursione comincerà pertanto da quota più bassa del previsto, ma senza altri inconvenienti.

Le torri dei Mai sfumate di bianco e di blu si stagliano in un cielo appena grigio ma non uggioso. Il sentiero si apre comodo ed il suo esile tappeto di neve non oppone ostacolo. Del resto, generose striature di foglie danno sicuro appoggio nei rari tratti complicati dalle pietre affioranti e plasmate dal gelo. Si allarga il panorama, consueto, ma sempre diverso nelle sue sfumature e nei suoi aspetti. Spiccano stavolta le bande orizzontali dei tratti di mare illuminati dal sole, righe musicali dorate in una carta d’argento. Brevi, ma fascinose e profonde sono le piccole valli che convergono su Giffoni; segnano il verde i tetti rosei di Curti.

Incombe la mole del Pizzautolo, ma non è questa la nostra meta; del pari trascuriamo, con qualche curiosità, di ricercare la successiva “Porta di Monte Diavolo”. Ci affacciamo appena sul poggio del Casone ovvero di un vecchio rifugio ora quasi del tutto ristrutturato, augurandoci di potercene servire come base per future escursioni; ci volgiamo al più prosaico Varco del Patanaro o di Cerasole, per calarci nella retrostante Valle del Sabato. La nostra meta infatti è costituita dalle miniere dalle quali sino alla metà del secolo scorso si estraevano scisti contenenti residui di pesci e animali marini fossili.  Tutta l’Italia, infatti, milioni di anni fa era sotto il mare. Dai  materiali estratti, per distillazione e successiva elaborazione si otteneva l’ittiolo, pomata medicinale antinfiammatoria e disinfettante. 

La neve aumenta ma non tanto da farci affondare; anche qui del resto persistono le foglie cadute che guarniscono come appetitose nocciole la panna gelata di base, altrettanto seducente e golosa.

Mormora e rotola un ruscello ansioso di confluire nel principale corso di fondo valle; cominciano ad aprirsi nel bianco della neve gli occhi oscuri delle miniere. Presso uno dei  principali ingressi, professionali ed attenti, gli speleologi tirano fuori i loro attrezzi e ci dividono in gruppi, dopo aver calcato anche sulle nostre teste i caschi gialli e rossi di protezione. Sfrigolano ed emanano l’acre odore loro proprio le fiammelle di acetilene destinate a rompere l’oscurità più e meglio delle lampade tascabili che qualcuno ha comunque portato. Dalle caverne emana come un soffio caldo, evocante suggestioni infernali. Scansate le stalattiti di ghiaccio che pendono dagli archi iniziali, ci addentriamo esitanti, rassegnandoci  a perdere a poco a poco ogni residuo di luminosità naturale. Tremolano le fiammelle, qualche ruscelletto si insinua fra i nostri piedi, minuscoli pipistrelli  pendono addormentati, a testa in giù, dalle rughe delle volte. Opportunamente le nostre guide ci intimano di tacere almeno un momento, di spegnere ogni lume e di rendere omaggio al silenzio sovrano delle grotte. Attenti e commossi ci lasciamo avvolgere dal nulla (o dal tutto?) assoluto.

Riemergiamo con fatica e con nostalgia da quel mondo così diverso dagli spazi aperti e luminosi delle vette cui di solito tendiamo, ma comprendiamo meglio, ora, la passione dei nostri amici  speleo, la infinitezza stessa di questo universo ipogeo che solo ad un animo superficiale potrebbe sembrare limitato e opprimente.

Risaliamo la china; qualcuno, attratto dal fascino dell’acqua, si è inventato un percorso alternativo nel fondo del vallone e combatte con una neve più abbondante oltre che con grovigli di sterpi e filamenti  spinosi. Ci ricongiungiamo sul varco e, procedendo quindi in agile discesa, misuriamo con una punta di rammarico la brevità del percorso.

Ma stavolta nemmeno i fondamentalisti possono censurare il condizionamento del desco. Si tratta del pranzo sociale e …semel in anno licet abbreviare!

Convengono sul luogo del banchetto le auto dei consoci che si sono spaventati o hanno finto di spaventarsi per il c.d. freddo polare. Presto la sala  si riempie ed inizia il rito usuale ma sincero degli abbracci, specie nei confronti  dei soci da più tempo mancanti all’appello delle escursioni.

Il convito scorre  con qualche fatica, ancora pesando l’interrogativo di fondo posto all’inizio. Poi, piano piano, l’attività riprende, sull’aria del prime note di un piccolo trio di suonatori come al solito convocato  per l’occasione.

Si muovono i primi passi di danza, almeno da parte dei più giovani.

I  banchetti affollati, si sa, si prolungano,  farciti da inevitabili intervalli.

Ne approfittiamo per alternare alla colonna sonora del trio di base i nostri canti e i nostri adempimenti sociali: l’improvvisato coro della Sezione canta “Jingle CAI” e “Siamo i Caini”,  pezzi redatti per l’occasione; vengono appuntate sul petto di  Carlo Ricciardi, Donato Di Matteo e Nicola Negri, soci venticinquennali (per pregressa iscrizione in altre Sezioni)  le aquile d’argento; si ricorda con apposito testo -che vorrebbe essere  poetico- che David Benbow ha triplicato i suoi 20 anni.

Ma il momento più intenso è quello finale, quando cantiamo tutti insieme la canzone di Carlo Pisacane:  “Caine se campa”,  espressione del suo genio e del suo autentico amore per la montagna.

Invochiamo infine il “Signore delle Cime”, di accogliere e lasciare andare per le sue montagne il nostro amico Carlo. E’ il famoso canto scritto da Bepi De Marzi per la caduta di un suo amico in montagna,  preghiera adottata da tutto il mondo alpinistico.

L’oscurità ormai calata nella valle del Picentino sottolinea questo momento di commozione, ma non  di rassegnata abulia e di assoluta tristezza.

Pur avvolti nel buio i nostri monti ci chiamano e ci aspettano e noi non cesseremo  di rispondere al loro richiamo,  per quelli che ci sono e per quelli che più non ci sono.

Nel naturale alternarsi delle ombre e delle luci continua la vita sociale.

Francescopaolo Ferrara