27 Dicembre 2007 -

Balla coi lupi

E’ praticamente notte, anche se le 17 di un pomeriggio di fine dicembre sono appena passate, ma la pesante coltre di nubi che grava sulla corona montuosa dell’altopiano, cancella ogni sforzo che la luce fa per non morire.

Un esile gruppo di sciatori si accinge a traversare il piano che appare interminabile, così come lontanissime appaiono le luci che disegnano qualche punto più o meno colorato sull’opposto versante.

Il bianco della neve, esso pure evanescente e tendente al grigio, improvvisamente si anima. Uno, due, tre, quattro e più ancora figure a quattro zampe corrono su è giù al nostro fianco, ombre nere (e non rosse) nel nero della notte. Quando finalmente si decidono ad attraversare la nostra traiettoria scopriamo con un misto di sollievo e di delusione che non sono lupi, ma solo cani, cani i quali hanno voglia di giocare con noi, lieti di aver trovato compagni nella loro scorribanda notturna. L’illusione e la fantasia sono però le ultime a morire: chiudiamo gli occhi, anzi data l’oscurità non c’è bisogno di chiuderli, e sogniamo di danzare  assieme ad un  vero branco di chissà quale remoto nord.

La stessa fantasia, la stessa capacità di illuderci e di contentarci del poco ci hanno fatto, del resto, affrontare ed apprezzare in pieno questa giornata, vissuta nei soliti luoghi, senza grandi altezze senza  prestigiose mete lontane, banale, insomma, per i più, se non inutilmente faticosa.

Speranza di grandi nevi al mattino, confortata dall’assoluto biancore del Piano Laceno. Lo spessore non è eccessivo, ma lo strato è compatto e fin troppo duro. Risaliamo pertanto lieti verso il Piano Acernese, incuranti delle nuvole che nascondono Cervialto e Raiamagra, ma ottimisti per un piccolo squarcio di azzurro che si affaccia al di là del Colle del Leone.  Contempla il quadro il dolce incontro con una coppia di bai, intenti a rosicchiare le faggiole cadute  e quel poco erba che in qualche punto affiora dalla neve. Tentiamo invano di arricchire il loro menu; ci avviciniamo piano, in punta di sci, esibendo profferte mangerecce, ma loro, dopo averci guardato con un misto di curiosità e sospetto, quando la confidenza diventa insopportabile,  riprendono la distanza, scrollando le bionde criniere, come per farci capire di essere stati indiscreti.

Questo rifiuto ne preannuncia un altro. Al Colle è la neve che si nega, improvvisamente, senza riguardo o preavviso. Il confine tra il nord e il sud si manifesta quale limite brusco ed assoluto fra la neve e la terra. Sci in ispalla, allora, e pedalare in direzione di versanti meno esposti. Alla Fossa del Caprio riprende l’abbondanza, prevista, ma essa pure illusoria, Uscendo da quella piccola conca, infatti, la neve non scompare, ma gioca a rimpiattino con le pietre ed i legni e costringe ad un calza e scalza ormai ben sperimentato dallo  sciatore ad ogni costo. Complicano le situazione le violente tracce di un prepotente fuoristrada che ha deciso, come scopriremo a nostre spese, di precederci sul nostro intero percorso. A Valle d’Acera, benché sferzati dal vento che si imbuca dal Varco della Pica, sostiamo per rifocillarci e disegnare qualche ghirigoro sull’ampia neve della conca. Ci toccherà poi affrontare la notevole pendenza della risalita verso la Loggetta, senza nemmeno il conforto del panorama, ma accompagnati dalla nebbia. All’Accellica, pertanto, solo un saluto virtuale. Il fotografo della spedizione si attarda con una bella modella, mentre chi sta in testa consulta nervosamente l’orologio: sono passate le due, mancano tre ore al tramonto e la strada è ancora lunga. E’ in discesa però. Però un corno. Trattasi di una discesa da affrontare con le molle, per la pendenza ed altri accidenti. Gli accidenti (a lui!) sono le già notate tracce del fuoristrada e, più giù, i tratti poco innevati. Volutamente ottimisti godiamo intanto i rettilinei ed i tratti agevoli; ci arrangeremo alla meglio su quelli difficili. Chi le ha mette le pelli di foca,  chi ne è capace frena con la “raspa”, chi ha inventiva frena torcendo un piede al di là dello sci e facendo attrito con la scarpa, chi proprio non può…toglie gli sci.

Immersi come siamo in questo mondo noto ma sperduto, nebbioso ma luminoso, ostile ma amico, non curiamo di difficoltà ed inconvenienti ma procediamo leggeri verso valle, senza consultare né orologi né altimetri. E’ la dimenticanza della montagna.

La conca di Vallepiana ci accoglie con uno strato di neve di nuovo abbondante, per cui possiamo riprendere a scivolare veloci da piccoli dossi e su golosi rettilinei, accorciando verso il Lago. Un ultimo ostacolo costituito dal groviglio di rami di  un grosso faggio caduto a sbarrare il cammino ci costringe ad un faticoso aggiramento, ma toglieremo (quasi) definitivamente gli sci solo al culmine del piccolo valico che si apre sul Piano. Il suo biancore, nel contrasto del grigio incombente dai colli, appare come un unico, immenso lago. Saltelliamo lungo il sentiero trascinando in qualche modo gli sci ed anelando alla pianura. Ce la preannuncia la piccola Chiesa di Santa Nesta, al di là della quale inatteso ed incongruo appare il passaggio di una rara automobile. Ma è un segno che presto scompare. Traversato l’asfalto siamo di nuovo nel nostro mondo, nel grande pianoro del Laceno, che è tutto per noi e per…i lupi.

Siamo lieti di non aver posizionato a questo pur previsto punto di arrivo una delle nostre auto.

La stanchezza e l’oscurità non ci scoraggiano: ali (leggi sci) ai piedi e via, chi fila più veloce, chi arranca, chi ancora fotografa, chi fissa lo sguardo  alle luci lontane  per trarne la consolazione di un porto sicuro. Tutti balliamo coi lupi…… 

Francescopaolo Ferrara