13 Gennaio 2008 - Cronache Picentine
Le previsioni del fine settimana non lasciavano spazio all’ottimismo. Eppure la speranza è l’ultima a morire e d’altronde la domenica mattina squilla, ancor prima di quella elettronica, la sveglia biologica. Al suo segnale, almeno i più tenaci sono comunque coi piedi fuori dal letto e con il capo fuori dalla finestra. E fuori dalla finestra è scomparsa la pioggia che aveva imperversato tutta la notte, anzi qualche striscia chiara vince le tenebre del primo mattino. Le strisce, con il progredire dell’orario, si trasformano in un continuo di azzurro, almeno verso la marina. Partiamo gioiosi ed increduli, fiduciosi in una giornata addirittura splendida, incuranti della coltre grigia che ancora riposa dietro e sopra i monti. Ci crogioliamo al sole nella piazza di Montecorvino, in attesa dei ritardatari, appena sfiorati dalla curiosità di qualche indigeno. Assieme ai ritardatari si ripresentano però le nuvole. Naturalmente ignorandole, ci inoltriamo in quel dedalo di vicoletti che ogni paese che si rispetti cela dietro i palazzoni che il “progresso” gli ha regalato. Quando ci sembra di esserci cacciati in un cul di sacco, il percorso finalmente si rivela: siamo in una sorta di gola tra pareti grigie ed un fondo cosparso di minuta ghiaia. Spiegano i geologi che trattasi di calcare magnesiaco del quaternario, più o meno gradualmente eroso dallo scorrimento delle acque, scorrimento che ha depositato la rena che calpestiamo. La gola si stringe ed attraversa suggestive pareti, ora nude, ora pittorescamente inerbite, da cui gemono piccoli rivi. Non osiamo immaginare quel che potrebbe succedere a trovarsi in questa forra sotto un improvviso nubifragio. Pertanto siamo quasi lieti di uscirne. Uscirne, ma come? L’apice del canalone è sbarrato da un semicerchio di rocce e pietrisco, non molto alto, ma verticale e franoso, che impone una qualche arrampicata. Si tentano diverse vie, ma l’inquietante scroscio dei detriti che si sfasciano sotto gli scarponi ne respinge diversi. Finalmente i più esperti individuano una via più abbordabile e superatala, spingono e tirano su i più deboli, aggrovigliati negli zaini e nel timore di cadere.
La guadagnata libertà ci fa percepire come affatto inatteso il panorama che percepiamo dal bordo superiore delle rocce. Spazia la vista sul mare fino a Licosa, si affacciano le gobbe innevate del Polveracchio, verdeggia la campagna tra Montecorvino ed Olevano. Su tutto, un cielo che va chiudendosi, ma che ancora alterna alle fasce grigie qualche striatura di luce. L’alternanza riguarda anche il suolo: dalla fatica e dall’ostilità delle rocce e dai detriti passiamo all’accogliente e rilassante abbraccio dei prati e dei castagneti, reso ancora più piacevole e morbido dal tappeto delle foglie che frusciano sotto i nostri passi. L’escursione ormai sembra tutta in discesa, e non solo dal punto di vista altimetrico; qualcuno già sentenzia che è andata proprio bene e che abbiamo scansato la temuta pioggia. La pioggia si, ma cos’è questo crepitio sulle foglie e sulle nostre teste? E’ solamente grandine. La sua gragnuola ci coglie all’improvviso e ci costringe a riparare nel fabbricato di Sorgente Canale, opportunamente incontrato al momento giusto. Ma bisognerà pure abbandonarlo e proseguire. Fuori gli ombrelli e le mantelle, dunque e via. Il sole del mattino è ormai un ricordo: evidentemente eravamo nell’occhio del ciclone, o meglio nella pupilla, che si sa è sempre chiara, laddove è l’iride ad essere nera. Iride, pupilla o retina, ormai siamo nell’oscurità. Ci rallegrano peraltro le perline della grandine distese come una spolverata di zucchero vainigliato sul cioccolato delle foglie cadute. Il bosco si allarga e si stringe, fino a confluire al piccolo corridoio di rocce che precede il Varco della Noce, crocevia fra i bacini del Tusciano, del Cornea e del Picentino. Il raggiungimento di questa meta, la constatazione che la precipitazione è frattanto cessata, il rinnovato distendersi del paesaggio, ci dispongono alle migliori prospettive e vanamente taluno propone di tirare diritto verso Acerno per riparare in un ristorante. L’idea è bocciata a maggioranza, tanto più che le panche ed i tavoli di una recente area di picnic votano essi pure per la sosta. Non importa che i sedili siano bagnati: li asciughiamo alla meglio o li copriamo con buste di plastica e ci accomodiamo. Un inopinato raggio di sole completa l’opera e ci fa cantare di nuovo vittoria, ad onta delle telefonate che giungono dalla città descrivendo nubifragi. Pensiamo di esserne immuni, ma sperimenteremo di lì a poco l’alternanza, sotto una rinnovata e più cospicua sventagliata di grandine. Per giunta, invece di calare diritti giù ad Acerno, la nostra guida ha scelto un aggiramento che impone un reiterato su e giù di mezza costa, sino all’imbocco del sentiero dei Pellegrini. Siamo alle falde dell’Accellica che incombe con il suo timpone sud-occidentale, chiaroscuro di nubi e di nevi. Acerno scompare piano piano nel fitto della precipitazione. Quando finalmente caliamo diritto verso di essa, alle scariche della mitraglia della grandine si accompagna il rombo del cannone dei tuoni. Gli ombrelli tascabili ci riparano in qualche modo, ma si impigliano nelle frasche e, con i loro puntali metallici, potrebbero essere un invito per le saette. Rotoliamo giù per gli ampi declivi divenuti ormai tutti bianchi per l’abbondante grandinata. Sfioriamo il suggestivo ed abbandonato casamento rosa della Vella. Speriamo in un’altra alternanza, ma invano. Anzi un’alternativa c’è, ma non tra sole e pioggia, bensì tra neve e fango. Quando infatti guadagniamo le quote più basse e ci inoltriamo negli stradoncelli campestri incavati dall’acqua che scorre, affondiamo nella mota a tutto scarpone. Ogni passo pesa e talvolta rischiamo di lasciare lo scarpone stesso nel fondo. Una volta tanto agogniamo all’asfalto e quando raggiungiamo quello del Viale San Donato scuotiamo ripetutamente i nostri calzari nel tentativo di sgravarli dall’indesiderato corredo. Solo uno scaorponiluvio integrale sotto una pubblica fontana riuscirà ad ottenere qualche risultato. E’ praticamente sera, ma non è ancora l’ora dell’appuntamento con il bus che deve riportarci a Montecorvino, dove abbiamo lasciato le nostre auto. Bagnati e intirizziti ripariamo tra bar e pasticcerie, rimpiangendo il nostro Zì Vito, cui l’età ormai avanzata impedisce di accoglierci come per il passato presso il suo camino. Qualcuno ripara addirittura in Chiesa: le vie del Signore sono infinite! Ci fa visita Diana e ci invita a casa sua, ma è ormai tardi e non vale la pena di invaderla. Ancora sotto la pioggia ci volgiamo al bus che si fa attendere.
Ma non è una mesta ritirata. Quando finalmente siamo nel veicolo dei desideri, che inanella le tormentate curve di una strada che nel buio ci appare incognita, possiamo chiudere gli occhi e beneficiare del contributo energetico di una giornata, percorsa da una corrente alternata si, ma senza nessun black-out, anzi luminosa comunque nel suo risultato finale.
Francescopaolo Ferrara
