20 Gennaio 2008 - Cronache Picentine
Finalmente neve senza limiti, distesa a coprire senza risparmio di estensione, anche se non di spessore, il susseguirsi continuo delle dune e dei campi. E con essa, finalmente il silenzio, dopo i fastidiosi ruggiti iniziali delle motoslitte. E nel silenzio un timido, dolce rintocco di campana. La lontananza delle valli abitate e la qualità del suono lascia escludere che possa trattarsi di chiesa. Non resta che dirigersi verso la fonte sonora, frattanto scomparsa. Compare però, altrettanto incongrua, la luce di un piccolo faro che presuntuosamente tenta di fare concorrenza allo splendore del sole ed alla luminosità stessa della neve, Comunque c’è e ci guida: sormonta un cartello ligneo che indica una piccola baita. La raggiungiamo scendendo nella sua valletta e qui riudiamo il tocco della campanella. Ci sediamo in alto, di fronte a lei per il riposo che ci spetta dopo un travagliato cammino. Travagliato non per la lunghezza, anzi…Anzi avevamo programmato di andare ben oltre la Baita, di raddoppiarne la distanza sino a raggiungere il valico che separa il bacino di Campitello da quello di Bocca della Selva, od almeno di risalire una delle creste che precedono il valico stesso, per scorgere dall’alto il Lago del Matese. Avevamo programmato, ma il travaglio è di tutt’altro genere, siccome derivato da tanti piccoli accidenti. Anzitutto il rigore dei limiti di velocità che hanno reso più lento il viaggio; quindi una strana inondazione di una delle auto, che ne ha costretto gli occupanti a sgottare per mezz’ora prima di partire; infine la recidivata confusione del precisissimo del gruppo che, per smentire la sua fama, ancora una volta non è riuscito a combinare la giusta accoppiata tra sci e scarpe. Procede con le racchette. E aveva cominciato col dire: “Oggi con questa giornata nessuno mi impedirà di fare una sciata lunga e completa; l’ho detto a tutti, non voglio ostacoli, patti chiara, amicizia a lungo!” Aveva cominciato col dire……..
Sono già le 11 quando il gruppo finalmente prende l’avvio e deve sperimentare la durezza della neve che rende i passi necessariamente più cauti e più lenti. Noi per strada; il ciaspolante taglia per gobbe e vallette. Ma quando la strada devia troppo e le vallette diventano più dolci ed accessibili anche noi ci tuffiamo in esse con letizia. Seguiamo le tracce delle motoslitte che in qualche modo ci facilitano, ma che ci fanno pagare il caro prezzo del rumore e dell’inquinamento.
Il senso di libertà è assoluto; le ondulazioni in discesa ci danno la gioia e lo slancio per le successive, brevi, risalite; su tutto domina il cielo azzurro, ricamato verso mezzogiorno da gradevoli fiocchi di nubi. La Gallinola e, dietro di noi, il Miletto conferiscono al paesaggio la nobiltà dell’Alpe. Riconosciamo man mano, quali vecchi compagni una, staccionata, una malandata baracca, una croce di legno su uno scoglio.
All’ultimo anfiteatro le tracce delle motoslitte cessano e si volgono indietro con ampio giro. Noi invece dobbiamo proseguire ed abbiamo un’alternativa: riguadagnare la strada, che in questo punto è vicina, o tentare l’avventura. Per chi va a racchette avventura non è: con i suoi mezzi tecnologici può andare dovunque, risale pertanto la prima cresta che gli sbarra il cammino. Il più saggio raggiunge la strada. Della retroguardia non v’è traccia. Apprenderemo poi che non sono andati oltre il Crocifisso. La gazzella e il suo compagno sono per l’avventura pura. Giù, nella forra che separa la cresta dalla strada. Si tratta di togliere gli sci per un po’, millanta il compagno “esperto”. Malamente lei si fida. L’immersione nella gola si rivela subito ardua, complicata com’è da un fitto intrecciarsi di rami e dalla qualità della neve che qui è alta e morbida. Ad ogni passo pertanto si sprofonda e le buche nascoste intrappolano gli arti, fino al ginocchio e fino al gomito. Gli sci scappano da mano e vanno per loro conto. Scivolano secondo la loro natura; temiamo che vadano ad infilarsi in qualche anfratto. Ma quando decidiamo di lasciarli andare del tutto innanzi a noi, dispettosamente si impigliano in rami e pietre ed occorre sospingerli a pizzichi e calci.
Dopo quella curva ci siamo, a meno che non ce ne sia un’altra. Infatti c’è. La fanciulla propone una risalita impossibile alla strada che è in alto sopra di noi. La ripidità della scarpata e l’ostilità delle sue escrescenze pietrose ci convincono a non tentare. Andiamo avanti, rassegnati, prima o poi ne usciremo. “Poi” ne siamo usciti e quando ne usciamo ci abbandoniamo liberati e felici all’abbraccio della più deliziosa valletta che si possa immaginare. Come cuccioli sciolti dal guinzaglio filiamo diritti nell’ampia conca verso la dorsale boscosa che la chiude ed ove sappiamo esserci la piccola Baita. Qui sentiamo il tenue tocco di campana; qui scorgiamo la luce nella luce. Qui improvvisiamo una volata finale, ritrovando insospettati fondi di energia. Chi è arrivato da tempo, avendo evitato percorsi di guerra, fa la radiocronaca dello sprint ed incita i contendenti. Vince, naturalmente, la giovane gazzella, ma il concorrente anziano si è battuto con onore. Qui sorge un’altra piccola contesa. Dove attestarsi a mangiare: un dissidente vorrebbe restare all’esterno della zona della baita. Non è seguito. Il resto del gruppetto, attratto dalla campanella e dalla sua accogliente conca, si attesta in faccia, ma lungi, alla piccola costruzione. Non ci disturbano le motoslitte che sono in riposo e sulle quali abbiamo prima visto ben nutrite e ben infagottate famiglie godere un’ebbrezza del tutto bastarda del mondo della neve.
La coda del gruppo non arriva; l’ora è tarda; la giornata è ancora breve. Avevamo (tutti tranne uno!) cominciato col dire, ma dobbiamo terminare col fare: E l’unica cosa da farsi e quella di avviarci al ritorno, per giunta senza tratti avventurosi. Lasciamo pertanto la strada solo quando le vallette si aprono ed ancora ne godiamo l’ampiezza e l’armonia. Il gruppo si distribuisce a seconda delle difficoltà del terreno e delle capacità dei singoli. Non vi sono percorsi obbligati e larga è la possibilità di scelta; anche un principiante, se la neve fosse meno dura, potrebbe oggi farcela.
Puntiamo verso il Miletto bianchissimo come un cono gelato, appena punteggiato dai piloni della risalita. L’ombra comincia tuttavia coprirne un versante. Quando però gli scorci si aprono verso il settentrione, il panorama è ancora in pieno azzurro ed in piena luce, dominato dalla lontana, ma imponente e reiterata gobba della Maiella, sormontata dal cocuzzolo del Monte Amaro.
Ritroviamo gli amici di coda e dopo svestizioni e rivestizioni, più o meno parziali, riprendiamo la via del ritorno.
Mentre le pendici nevose scompaiono e ci immergiamo nelle malinconiche valli molisane rimuginiamo un interrogativo: per chi suona e per chi continuerà a suonare la campana della neve? Per gli sciatori o per le motoslitte? Ed ancora:, resisterà la neve al loro rombo?
Francescopaolo Ferrara
