10 Febbraio 2008 - Cronache Picentine
La neve facile? E quando mai, con tutte le difficoltà e le lamentazioni, giuste quanto rituali, per il progressivo diminuire dell’innevamento, per i guasti dell’effetto serra e quant’altro?. No, in questo senso sciare sta diventando sempre più difficile, come sanno tutti gli appassionati e i titolari degli impianti, costretti a sparare con costosi (ed antiecologici) cannoni.
La facilità cui facciamo invece riferimento questa volta è del tutto personale e contingente ed anzi connessa alla difficoltà generale. In breve: poiché la neve a quote basse scarseggia, o si è costretti a lunghi percorsi di avvicinamento od a fare ricorso agli odiati fuoristrada, con il rimorso per essere passati noi pure in qualche modo dall’altra parte. Il tutto con un risultato di cui parleremo alla fine.
Per ora i fatti.
Domenica 10 febbraio, fischia il vento di una bufera che, ricca sull’ Adriatico e sulla Sila (e persino sulla Sicilia orientale, pare) con noi si è rivelata abbastanza avara. Comunque un nuovo e vergine biancore, almeno sulle pendici più elevate, ci rimette in marcia e scongiura il pur meditato oltraggio di essere ridotti sul bagnasciuga, rectius sulla battigia (non ripetiamo il noto errore lessicale di Mussolini). La Sezione infatti ha programmato un intrigante trekking litoraneo dalla foce del Tusciano a quella del Sele.
Si parte invece, sempre in pochi (ma quando decollerà il gruppo sci-escursionistico?) per il fedele Polveracchio. Più che mai sui bruni faggi plumbeo e grigio il cielo appare, ma non ce ne curiamo. Scrutiamo invece i fianchi nero-verdastri del nostro massiccio e rileviamo con ampio sollievo che il bianco è sceso abbastanza più in basso rispetto alla scorsa domenica. Turbinano nell’aria le foglie intirizzite e ai lati della strada appaiono le prime avare spolverate, di gelo, più che di neve. Avanti, avanti fino al piazzale di partenza, freddo e ventilato come non mai, per un rapido trasbordo nei mezzi capaci di salire sulle sterrate o costretti a farlo. Cominciamo ormai a conoscerne a memoria i fossi, i solchi, le buche. Il biancore di prima non riguarda la strada. Su dunque, fino quota 1350 circa, quando finalmente si stende primo gradevole, ma insufficiente, tappeto. Dovremo salire ancora, qua e là slittando, per calzare gli sci ovvero per trovare un tappetino capace di ascondere le magagne e le punte dei sassi, quasi inopportuni mozziconi sotto il persiano del salotto. Man mano si respira sempre più e circa un chilometro prima del rifugio di Senerchia possiamo metterci tranquilli; la successiva cavalcata nei Piani di Stattea promette ogni bene. Breve consulto sulla via da prendere. Replicheremo quella della scorsa volta, anche in onore di quelli che la scorsa volta non c’erano.
Lo strato gradualmente aumenta e paventiamo addirittura l’evento attaccaticcio che fortunatamente non si realizza. Lo impedisce un provvidenziale mix di neve vecchia e di neve nuova che non consente, peraltro, particolare velocità. Dopo un periodo di pendenza costante siamo ai ballatoi che ci portano in elevazione ai vari incroci e finalmente al c.d. Bivio di Pasquale. L’esperto li illustra ai suoi compagni, che gli danno ogni volta la soddisfazione di poterlo fare, dal momento che ogni volta dimenticano la lezione. Puntualmente, infatti, la testa della comitiva al suddetto bivio svolta a destra, avviandosi verso una occulta ma indebita discesa. Bisogna invece richiamarli e salire diritto verso i mitici Lagarelli. Il percorso si impenna, ma non più di tanto. Lo intervallano piacevoli falsipiani, affacciati su oblunghe vallette sempre più suggestive, circoscritte ma indefinite al tempo stesso, nel loro perdersi di altissimi faggi. Quando questi diventano carichi dei frutti della galaverna e della neve fresca lo spettacolo è completo e il cielo d’argento trova i suoi diamanti. Guardiamo in alto perduti in queste gioie, tanto possiamo fare a meno di badare al ben noto cammino.
Sarà per questo o per la troppa sicurezza che “l’esperto”, libero docente dei bivi del Polveracchio, giunto al termine della strada, nella terra di nessuno che tale termine separa dalla conca di Vallerotonda…si perde. Rassicura gli altri che palesano qualche dubbio (“Dove andiamo?” Seguitemi) e non trova più il varco che affaccia sul catino. Trova invece un susseguirsi equivoco di alberi e di varie pieghe; sotto di esse una strada. E sulla strada delle tracce di sci. Non possono essere che le nostre. Ma sono quelle dell’andata o quelle di qualche elemento del gruppo che ha trovato la retta via? E quindi, in quale direzione seguirle?. Fare ricorso alla bussola in questo frangente sarebbe come usarla per dirigersi verso il bagno di casa. Disappunto ma anche qualche frammento di ricordo delle prime emozioni esplorative, quando fra ansia ed esaltazione si ricercavano avventurosi passaggi a nord-ovest. Alla fine, seguendo le tracce giuste la via viene ritrovata, ma non chiedetemi come.
Giù nel fondo della conca spiccano tre corpulenti figuri: sono gli amici saliti con le ciaspole che ci aspettano impazienti; uno di loro ci irride per aver tolto gli sci per la discesa lungo la parete più ripida. A stento spieghiamo all’ignaro che i nostri amati legni non sono fatti per tali cimenti. Dobbiamo infatti fuggire alla sequela della bella Diana che è già sul bordo opposto della conca. Via dunque per il galoppo finale sui Lagarelli che ci accolgono col consueto splendore. Splendore solo di ampiezza e di scenario immediato, ma non di sole e di panorama, totale essendo la copertura della volta. Però la coltre è alta e non nebbiosa. Dopo un affaccio breve e cieco sulla collinetta sommitale, ci rintaniamo in un seno riparato dal vento, ma non sostiamo più di tanto.
Prendiamo infatti ad applaudirci, non per le nostre imprese, ma perché le mani cominciano a congelarsi. Serbando i panni più pesanti indossati durante la sosta, retrocediamo a Vallerotonda contornandone le soffici pendici, attraversiamo sospettosi la terra di nessuno che ci ha ingannati all’andata, ci caliamo lungo le piacevoli discese che menano al Bivio di Pasquale. Il giovanotto della compagnia (a. 75) avrebbe gradito una neve un tantino più dura per scorrere in allegrezza ma, bontà sua, si accontenta. Per giunta lo distolgo dalla continuità della discesa per dirottarlo lungo l’alta via dei “Merletti” che impone di risalire nientemeno che per 30 mt. di dislivello. Garbata protesta: “Tu sei l’unico capace di fare anche i ritorni in salita”, ma la discesa è solo differita, prima più dolce, poi veloce e divertente nell’ampio canalone che separa la via dei Merletti da quella sottostante di Stattea. Ultimi, giri, ultime corse. Il vento che batte il valico non ci consente nemmeno la sosta presso il rifugio che altre volte ci ha consentito di digerire e procrastinare il ritorno.
Mentre ci accomodiamo (un po’ come sardine o meglio come involtini infilzati da sci-stecchini) nel mezzo meccanico, realizziamo il “quia” di un vago malessere, di una qualche punta di insoddisfazione che già la scorsa domenica ci avevano inquietato.
E’ la sindrome della neve facile: ci siamo arrivati troppo comodamente, scesi dall’auto abbiamo calzato gli sci, non abbiamo patito i sudori, le ansie, le rabbie della ricerca gravata dagli sci ed impigliata negli arbusti di una osteggiante salita. La luce del giorno, per giunta, non accenna a diminuire.
La nostra amata questa volta ha ceduto troppo presto, si è rivelata una donna facile.
E un amore senza sacrificio, una conquista senza lotta, che amore è?
Francescopaolo Ferrara
