24 Febbraio 2008 - Cronache Picentine
Attraverso le imposte appena dischiuse filtra inatteso un raggio di luce; lo accompagna il vocio della Movida. Nel sonno, il peso di una cena consumata ad ora tarda o forse più ancora il rimorso di non essere coi miei cari consoci all’escursione “ufficiale” (Notturna sulla Raiamagra 23-24.2.2008) trasformano questa luce e queste voci; il sonno stesso forse non è più tale, ma dormiveglia e visione. E vedo, vedo la piccola ma valorosa pattuglia avviarsi con passo allegro e deciso lungo il vialone della pista “Nordica”, nel fondo del Vallone Raiamagra, dolce ed abbordabile al suo inizio. Man mano che si sale l’oscurità diventa meno fitta e si incomincia ad intravedere il blu del cielo stellato. A quota 1300 circa cominciano la neve ed una più seria pendenza; il gruppo si allunga. Sosta al Colle del Sagrestano dove, pur non essendo ancora sorta la luna, il firmamento già dispiega il suo fascino e impone ai viandanti della notte la contemplazione. A fatica si rituffano nel bosco di giovani faggi, lungo la traccia diritta ed esile di un sentiero, appena percepibile nella neve alta, per raggiungere la Loggetta, sperone estremo del monte. E qui l’adorazione spetta all’Accellica che, misteriosa e buia, si para ad occidente. La temperatura è mite ed il vento che di solito batte questo promontorio manca del tutto. Mancherà anche sulla cresta che viene affrontata in scioltezza ad onta della pendenza e della cedevolezza del manto nevoso. Innumerevoli sono le soste, ognuna di essa offrendo meravigliose visioni. Ed ecco che all’improvviso, sorgendo dietro ad un ultimo cocuzzolo esplode la luna. L’ appuntamento era atteso, essendo ad esso mirata l’intera escursione, ma si presenta foriero di emozione assoluta. Investe come un faro abbagliante, allunga ombre fantastiche sul biancore della neve. Il direttore di gita, esperto nell’accompagnamento in montagna e nella fotografia, è persino in difficoltà di fronte ai tanti aspetti suggestivi da immortalare. Se non fosse per il blu intenso del cielo, il disco della luna sembrerebbe un sole; le costellazioni si disegnano ad una ad una, schierando una quantità ed una qualità di astri affatto insospettata. Il pensiero va agli amici del CANA (Centro Astronomico Neil Armstrong) che imprecano contro l’inquinamento luminoso che ci priva di questi spettacoli. Solo loro avrebbero potuto indicare, appunto ad una ad una, tutte le splendide famiglie di stelle.
Per non perdersi in tanta infinitezza, il fotografo ripiega sui più modesti elementi umani, ora emergenti come pastorelli sullo sfondo di un cielo stellato da presepe, ora come una teoria di esploratori di chissà quale profondo nord.
Si accucciano i nostri presso la baita e con loro il cane bianco che li ha seguiti, fedele, fin dall’inizio del percorso. Il tepore della notte e la dolcezza dei panorami quasi concilia il sonno.
Ed io con loro, dal mio letto, dal mio sogno. Ma sono loro o sono io che canto, silenziosamente, con la sola mente un dolcissimo, antico motivo di Salvatore Di Giacomo? “La luna nova, ‘ncopp’ a lu mare stenne ‘na fascia d’argiento fino; dint’a la varca lu marenaro, quase s’addorme cu ‘a rezza ‘nzino…..”
Qui non si tratta di mare d’accordo, e forse la luna nuova (Di Giacomo mi perdoni) non è nemmeno luminosa. Ma questi sono dettagli, la luna è la luna, l’argento è l’argento, ed il susseguirsi delle dorsali montane non è forse un mare di onde? Unica e grandiosa è la natura; unici ed irripetibili sono le emozioni ed i doni del suo Creatore, che forse ha un occhio di riguardo per noi, marinai della montagna.
E li vedo scendere, nel mio e nel loro sogno, i miei amici lungo la pista delle Aquile, che stanotte merita veramente il suo nome; ma d’improvviso, sulla Settevalli la neve cessa e con lei la visione comincia a svanire Sono appena le 23,30. Il cane bianco che li ha accompagnati, spirito della notte e della montagna innevata, si dilegua all’improvviso, quasi a sottolineare il ritorno al mondo reale.
La mattina del 24 nulla resta di questo sogno, se non un vago ricordo, una vaga nostalgia di qualcosa di grande. Debbo aver comunicato in qualche modo questa sensazione al piccolo gruppo degli sci-escursionisti che con me si avvia, più impaziente che mai, alla riserva del Polveracchio, pronto a giocare questa nostra ultima carta dei periodi di magra.
Il tepore della notte è quasi diventato calore. Assieme a lui, il colore rossiccio delle felci rinsecchite del Gaudo non promette nulla di buono. Impenetrabili si mostrano i fianchi della nostra montagna.
Eppure non ci ha mai delusi. Saliamo fiduciosi con il provvidenziale veicolo di Diana e finalmente al Rifugio di Senerchia (m.1460) ritroviamo la nostra coperta bianca. Si accorcia ed i suoi orli sono visibilmente erosi. Ma non importa. Liberi e sollevati infiliamo uno dopo l’altro i Piani di Stattea, ignorando qualche pietra inopportuna che comincia ad affiorare qua e là. La neve relativamente morbida ci consente di salire senza affanni l’ampio canalone che ci porta alla via di mezzogiorno. Sole per sole, vogliamo prenderlo tutto. Non manca lui, ma non pertanto manca la neve, garantita dalla quota gradualmente crescente. Superati i 1550 mt. lo strato diventa sempre più consistente e copre finalmente le scarpate, più giù fastidiosamente marroni. L’avarizia della stagione è dimenticata ed ogni dosso ed ogni rilievo ci appaiono come un cumulo infinito di neve. Gioca la strada con la montagna, volgendo ora a monte ora a valle, sempre in dolce salita. Il primo poggio sommitale (c.d. Poggio di Gabriella) ci accoglie come un armonioso anfiteatro, ampio e solatio. Vorremmo fermarci a fruirne, ma altre ed ancor più desiderabili mete ci aspettano. Giù dunque a capofitto (veramente non è proprio col capo che qualcuno batte il terreno) lungo la breve ed agile discesa che segue il Poggio. Altrettanto breve ma non altrettanto agile (qui ricompaiono le pietre) è la successiva salita, impietosamente esposta ai raggi del sole. La neve riprende abbondante al capolinea che impone però un tratto di risalita pedonale. Ma subito dopo, ecco apparire, infiniti e bianchissimi i Lagarelli. Li percorriamo in lungo ed in largo, saliamo e scendiamo da ognuna delle collinette che li circondano e li segnano: la giornata è lunga e splendida, il sole è pieno. Gaudeamus igitur, non c’è motivo di affrettarci. Diffidiamo, anzi, il nostro amico sempre in piedi e sempre in ansia, dal sollecitarci alla partenza. Risaliti sulla collinetta più alta contempliamo ancora una volta il panorama delle valli e dei monti che costituiscono il noto ma sempre affascinante sfondo di questa nostra escursione. Il dato saliente di oggi è costituito da una foschia lattiginosa e bianca ma non per tanto uggiosa che si stende morbida nelle valli. Essa impedisce in qualche modo la visione piena, ma ci fa apprezzare ancora di più lo splendore assoluto del sole che domina la purezza dei cieli e delle vette che abbiamo guadagnato. Il prato privo di neve, siccome completamente affacciato a mezzodì, su cui ci siamo distesi, ci inganna, rivelandosi infidamente umido e fangoso. Volgiamo pertanto le terga al sole per eliminare le infiltrazioni malefiche. E’ giusto infatti che il sole di questa giornata ci penetri del tutto, nella mente, nel cuore ed in ogni altra parte, più o meno nobile.
E sempre sotto il sole sfolgorante, riprendiamo finalmente la via, svalicando tra le ombre sottili dei faggi verso la conca di Vallerotonda. Faggi più alti e poderosi sono posizionati appena più lontano, lungo le gobbe infinite del Polveracchio e, turgidi di gemme rosate, spiccano contro il cielo sempre più azzurro. Le strade successive si susseguono con facili discese, che solo l’improvviso variare della qualità del manto nevoso rende in qualche punto meno agevoli.
Bivio di Pasquale, ballatoi di Stattea, i Piani, il tetto rosso del rifugio. Fine.
Mentre scendiamo definitivamente a valle, contempliamo sconsolati gli ultimi sudori nevosi del Cervialto, ma sentiamo come assolutamente pregnanti la gioia e l’ebbrezza di una giornata dominata da un sole pieno di ogni luce. Ed affiorano misteriosamente le tracce di un sogno immaginario ma reale, illuminato dalla luna.
Francescanamente, allora, mormoriamo: fratello sole, sorella luna!
Francescopaolo Ferrara
