15 Marzo 2008 - Cronache Picentine
Sabato 15 3 (2008) è una giornata calda ed afosa. Guardiamo nervosamente i termometri e consultiamo ansiosi le previsioni meteo e, colorandosi di marrone più che di bianco le nostre prospettive, scatta il si salvi chi può, ovvero matura lo scisma.
Due i gruppi: coloro che preferiscono un’ora di auto in più pur di evitare faticose marce di avvicinamento pedestre, coloro che si adattano a queste ultime pur di scansare il mezzo meccanico. I primi al Matese, i secondi al Terminio (ed io con loro)
Ci incoraggiano, domenica mattina, un venticello teso ed un minimo calo della temperatura, ma la via del Terminio è assolutamente bruna, mentre rade strie di bianco chiazzano solo le cime più alte.
Si profilano il rammarico (e l’invidia) per i nostri amici del Matese, ma non possiamo che tirare dritto. Il Piano d’Ischia è completamente giallastro; procedendo però verso Campolaspierto, qualche scarpata all’ombra ci reca il sollievo del bianco. Simile si presenta la situazione dell’altopiano, spoglio nella sua intierezza, ma bordato nel suo settore riparato, sottostante alla dorsale di mezzogiorno. Mettiamo subito gli sci, anche se sappiamo di doverli togliere, e percorriamo quest’orlo intrufolandoci tra i cavalli del maneggio domenicale, i quali si rotolano nella (poca) neve per rinfrescarsi dopo un penoso viaggio in autofurgone. Traversiamo a piedi il resto del piano e dobbiamo ancora frenarci all’inizio della strada che sale al rifugio degli Uccelli, per la presenza del pietrame. Ma l’ostacolo è breve. Possiamo definitivamente calzarci ad appena 10 minuti dalla partenza: l’onore ed il confronto con gli scismatici sono salvi. D’ora in poi il manto si fa sempre più compatto e soddisfacente, né troppo duro né troppo molle, anzi perfettamente sciabile. L’arioso poggio del Rifugio degli Uccelli ci accoglie pertanto in perfetta letizia, ma non sostiamo, golosi come siamo del grande successivo vialone che si apre tra i faggi alti e monumentali. Il manto nevoso ne copre ampiamente le basi ed è miracolosamente scomparsa ogni traccia di terreno. Bianche sono pure le scarpate delle successive discese. Dobbiamo percorrerle però con prudenza, sia per la loro ripidità, sia per la presenza di rami e sterpaglie caduti. L’ inconveniente dura poco, le ulteriori pendici sono libere e dolci ed assicurano la pienezza del divertimento. Alla nostra destra si alternano bruschi dirupi ed amene vallette. Al di là dei primi si individuano a fatica un indistinto fondo valle dove ormai predomina il verde e, più in alto e più lontane, le dorsali di Nusco e Bagnoli Irpino. Fra le conche immediatamente vicine riconosciamo quella “del Pic-nic” sede ideale e reale delle nostre soste di ristoro, singolare per la sua accogliente bellezza e particolarmente idonea per la presenza di tronchi utili per scansare il congelamento delle natiche.
La strada risale quindi con un primo e più abbordabile valico e quindi con un altro più severo, che riporta a quota 1400. Dopo di esso due ruvidi tornanti che costringono allo scalettamento. Si scende infatti di colpo ai 1280 mt. dell’Acqua delle Logge, violata da tracce di lavori in corso (si parla di asfaltare la strada? Quod Deus avertat!) e più ancora dai solchi di un grosso mezzo meccanico. E li troviamo poco dopo i giovanotti del Suv che combattono ad armi impari e sporche la loro sfida con la neve. Il motore ruggisce e si imballa nel punto più ripido dell’erta, il gruppo dei trasportati schierato al margine della via incita il conducente ed avanza scommesse sulle capacità sue e del veicolo. Filiamo via sul residuo spazio laterale sforzandoci di non nutrire in cuor nostro complessi di superiorità e di non pronunciare sentenze di condanna. Non foss’altro perché è la domenica delle Palme!
Un fresco cartello ligneo del Parco dei Picentini ci avverte che la nostra meta (da noi sinora genericamente individuata come “la sbarra di Volturara”) è nientemeno che “Il Passo di Annibbale” (si con due b, errore o rispetto dell’idioma locale?)
Ancor più decisamente vi puntiamo. La neve termina ed era previsto. Non era prevista – o meglio non era interamente prevista – la visione che ci aspetta dal cocuzzolo che sovrasta il passo. Ricordavamo più che altro Vesuvio e Partenio ed essi infatti, così come il Taburno, spiccano alla nostra sinistra in direzione ovest, intensamente blu sotto il cielo biancastro. Diritto di fronte a noi, si squaderna invece, inatteso e gradito, il gruppo del Matese.
Miletto, Gallinola e Mutria ci si parano giusto innanzi, lontani quanto basta per ammonirci con un rango superiore e diverso, ma vicini abbastanza per lasciar apprezzare i loro contorni sommitali e gli articolati manti nevosi.
Ed è qui che sentiamo i tamburi lontani, i tamburi del richiamo e della nostalgia per i nostri fratelli separati del Matese, che la singolare coincidenza dell’esito della nostra escursione ci fa sentire vicini e quasi raggiungibili come per un possibile miracolo. Forse basterebbe tendere la mano per toccarli, aguzzare un po’ gli occhi per scorgere i colori delle loro giacche a vento sul bianco della neve. Più realisticamente ci accontentiamo di tentare il contatto col cellulare, ma come non suonano i tamburi, non suona nemmeno questo esecrato strumento. Ma non importa.
Il contatto virtuale è comunque stabilito e mai era del resto cessato. Insieme a loro ed a tutti quanti veramente amano la montagna (ma si, anche i pedoni che oggi hanno risalito il Pizzo San Michele) riprendiamo appagati la via del ritorno, alternando faticose salite e piacevoli discese, filando sui tratti agevoli e pencolando su quelli più ostili, scrutando l’orizzonte per trarne auspici sulle future nevicate, sempre continuando a sentire il suono dei tamburi lontani.
Francescopaolo Ferrara
