24 Marzo 2008 - Cronache Picentine
L’escursione della Pasquetta è tradizionalmente destinata al vicino scenario collinare, a scanso del traffico della giornata. Quest’anno però ci ha pensato il maltempo a sgomberare le strade. Non solo, ma anche la maggior parte delle menti e dei cuori caini da propositi baldanzosi.
I due soli presenti a piazza della Concordia, dopo aver atteso invano, si avviano disperando al Brico Center, luogo del secondo appuntamento. Qui almeno c’è un simulacro di gruppo. Si parte pertanto, incoraggiati anche dalla temporanea cessazione delle ostilità metereologiche e si decide addirittura di fare il percorso completo e non quello breve di emergenza.
Deposito di metà delle auto a Montecorvino Rovella e via con l’altra metà fino a S. Tecla di Montecorvino Pugliano, punto di partenza. Il tempo di calzare gli scarponi e di dare un’occhiata al panorama, già fruibile dall’anfiteatro-belvedere del paese, e riprende la pioggia. Noncuranti, incappucciamo teste e zaini, apriamo gli ombrelli e ci avviamo lungo un’erta stradina che punta a monte. Gli abitanti dell’ultimo casolare ci guardano con curiosità e sospetto, com’è ovvio. Non richiesti di spiegazioni, non ne diamo, ma guadagniamo quota inoltrandoci nella campagna. Latranti interrogativi e vibrate proteste (oppure richieste di aiuto e compagnia?) provengono invece da uno spazio recintato che reclude un gran numero di cani. Li abbandoniamo alla loro prigionia e andiamo verso la nostra libertà, quella che ci assicura l’ampia dorsale collinare. Per raggiungerla ed aggirare il canile abbiamo fatto qualche giravolta; i meno attenti hanno perso l’orientamento e si meravigliano di ritrovarsi il mare a destra quando se l’aspettavano a sinistra.
La collina, pur fregiandosi dell’altisonante nomenclatura di Monte Roma e di Montagnone, non supera i seicento metri; ma non è tuttavia priva di un suo particolare fascino. Al di là della scontata vista del mare e dell’intero golfo, svela aspetti misteriosi e trascurati dell’universo minore picentino. Spiccano nelle valli ormai verdi le gemme degli abitati, qui non ancora fusi in indistinte periferie; si approfondiscono replicandosi valloni e valloncelli. Ma l’effetto finale e più rimarchevole è quello di una inattesa selvaggezza di questo colle che, pur così vicino a talune periferie degradate, non si lascia coinvolgere e si lancia noncurante verso il cielo ed in faccia al mare, quasi osando sfidare le retrostanti e ben maggiori vette dei Picentini. Queste ultime non sono oggi pienamente visibili, siccome imbronciate di nubi; appaiono tuttavia a tratti e comunque si intuiscono Terminio, Mai, Raione, Accellica e Polveracchio, esaltati da promettenti addobbi nevosi. Per noi è solo acqua e talora grandine. La pioggia tuttavia cessa e talvolta ci illude una barlume di sole, subito seguito da un’altra breve sferzata.
Ma non siamo i soli: un gruppo di giovani indigeni ha addirittura trascorso la notte sul monte, come dimostrano le loro tende; si apprestano ora a fare festa calando in un pentolone i loro bucatini. Non raccogliamo il loro cordiale e rumoroso invito, vogliamo e dobbiamo proseguire. Il Piano sottostante al Montagnone, ove occhieggiano qua e là giovani narcisi, ci apre ampio e definitivo il panorama; il mare tenta di abbozzare una sorta di arcobaleno alternando fasce di azzurro, di verde, di argento e di bruno. In fondo al golfo si profilano nitide le penisolette di Tresino e Licosa: quest’ultima lecca il mare con la sua caratteristica lingua. Nel vicino prosieguo del nostro monte scorgiamo invece la chiesetta della Madonna delle Grazie e sopra di essa, in alto, il groviglio di vegetazione che cela ed infesta i ruderi del castello di Nebulano. Bisognerà scendere per raggiungere la prima e risalire per attingere il secondo. Dolci vitelli al pascolo ci fanno compagnia, pronti ad allontanarsi se ci prendessimo troppa confidenza. Non si sottraggono invece al colloquio i dipendenti della comunità montana dei Picentini che fanno la guardia alla chiesa ed alla sua sterrata di accesso, proveniente da Occiano, pronti a regolamentare l’orda dei vacanzieri del lunedì in albis, che la pioggia ha invece tenuto lontano. Li esortiamo comunque a vigilare (ed i rifiuti qua e là notati ce ne danno ragione) così come contestiamo loro scherzosamente di essersi appropriati del logo del nostro giornale. Spicca infatti sui loro corsetti arancione di ordinanza un bollo che raffigura il Varco del Paradiso.
Per raggiungere il castello occorrerà inerpicarsi per un’erta fangosa; per fortuna non piove più e siamo abbastanza presto in vetta, tra gi atri muscosi ed i fori cadenti. I fori non sono quelli romani, ma semplici buchi delle residue e molteplici cortine di questo sito, che dovette essere una vera fortezza, siccome bene e ripetutamente cinta e collocata in perfetta posizione strategica, a cavallo e dominio di due valli, in linea col castello di Terravecchia, di Olevano, e con la stessa Tempa Castello di Acerno Proseguiamo fino all’ultimo promontorio che si lancia verso la valle del Cornea e, favoriti da un quasi sole, possiamo dedicarci con tutta tranquillità a pastiere e colombe. All’euforia del momento si accompagna il rammarico per i tanti amici che hanno disertato l’avventura, venendo meno alla tradizione della Pasquetta sezionale, sempre festeggiata in numerosa compagnia. Lorenzo, perfetto direttore di gita, rivolge agli assenti un’ orazione virtuale di saluto e rimprovero, ricordando loro che lo spirito caino impone di andare sempre e comunque, che dopo la pioggia c’è sempre il sole od almeno l’arcobaleno, che l’ottimismo della partenza non resta mai deluso, così come testimonia la nostra più che ventennale esperienza.
Ma se non la pioggia, un venticello freddo e maligno ci esorta a non crogiolarci più di tanto nella nostra legittima soddisfazione. Rotoliamo allora giù per direttissima aggirando inattesi calanchi argillosi, fino ad infilarci negli ameni nocelleti che sono alla periferia di Occiano. Un’ erba fresca e verdissima, punteggiata di fiorellini rosa, ci ricorda che è primavera. Possiamo perciò non badare al fango che si accumula comunque in quantità industriale sotto i nostri scarponi ed anche sopra.
Il fango andrà via con il potente getto di una fontana, così come sempre scompare ogni disagio di pioggia, di vento e di fatica. Resta solo la gioia di aver centrato un ennesimo appuntamento con la montagna.
Ce lo conferma, appropriato ed esultante segno finale, la profetizzata apparizione dell’arcobaleno.
Francescopaolo Ferrara
