20 Aprile 2008 -

Un bel tacer …

…..non fu mai scritto. Ed invece, sfidando il proverbio e le buone maniere, questa cronaca viene scritta da chi avrebbe tante ragioni per tacere.

In primo luogo per farsi perdonare l’assenza alla tradizionale escursione sociale intersezionale sui monti di San Gregorio Magno, che anche quest’anno Attilio Piegari ha organizzato con regia perfetta. Escursione che per la sua superba riuscita, (vox populi) per la sua ricchezza di eventi, per essersi  svolta fra grandi panorami e conclusa fra canti, danze e forti momenti conviviali, avrebbe, essa si, meritato una degna cronaca.

In secondo luogo perché l’attuale cronaca, poco più che individuale, non interessa nessuno se non  eventuali  e rarissimi fanatici della neve.

Di quale neve poi? Stavolta il suo alibi era piuttosto debole. Quale neve il 20 aprile 2008 (effetto serra imperante)  con quindici gradi al mattino e ventidue a mezzogiorno? E quale il fascino di un bianco molliccio e violato dalle piogge africane cariche di sabbia?

Ragioni ostative validissime e dubbi inoppugnabili, ma ….al cuore non si comanda, ma l’amore, specie se segnato dalla nostalgia, è cieco ad ogni difetto e sordo ad ogni richiamo. Una nostalgia anticipata, un amore tanto più forte perché consapevole della fine.

In breve: il desiderio dell’ultimo addio, dell’ultimo bacio alla neve che si scioglie, ha prevalso su ogni considerazione e ragione.

E così, respingendo ogni rimorso, chi scrive, assistito da due valide badanti e solo da esse, ha affrontato l’ultimo viaggio bianco.

Un sole impietoso ed accecante estraeva con la violenza di un cavadenti i  vapori dal suolo ancora umido ed, al tempo stesso, sembrava già bruciare le sterpaglie rugginose provate dall’inverno appena trascorso. Lo stesso sole molto più in alto, ovvero non prima dei 1500 metri, emungeva copiosi rivoli ad un mantello già bianco ed ora violato da righe giallastre e punteggiato di foglioline brunastre e faggiole secche e spinose.

Ai 1500 metri si giunge un po’ con l’auto di una delle badanti (capace di affrontare le più impervie sterrate) e un po’ a piedi. Ma il pellegrinaggio (perché di questo si tratta) trova il suo santuario. Quando possiamo finalmente calzare gli sci lo spessore cresce pian piano e, se pur morbido, ci consente di progredire e di illuderci di essere in piena stagione utile. Ci confortano le scarpate quasi interamente coperte ed i circoli di fusione alla base degli alberi che rivelano una profondità di almeno 50 cm e consentono di apprezzare gli anelli sovrapposti delle varie nevicate.

L’illusione si scioglie però nel sudore delle nostre membra, cotte dalla prepotenza del sole che ci costringe ad eliminare tutti i panni eliminabili; con incremento di grazia per le badanti, ma non così per il badato.

Ma non importa: Vallerotonda ci accoglie con un catino interamente bianco  che aggiriamo a mezza costa, ansiosi attingere la meta finale dei Lagarelli. Questi ci riservano peraltro una delusione che dovevamo attenderci. Il grande altopiano, totalmente esposto ai raggi del sole, ha conservato solo poche chiazze. La maggioranza si scalza e punta dritto alla meta della duna più aerea. La minoranza non si rassegna e saltella goffamente da una chiazza all’altra, da un praticello all’altro, riuscendo ad a arrivare sulla cimetta ancora con gli sci ai piedi.

Ci accucciamo sulla nostra vetta e, se pur dominiamo le groppe dei monti,  tentiamo invano di forare la foschia che imbabagia la marina. Ma la vetta vera e propria del  Polveracchio splende ancora di vivissimo bianco. E tanto ci basti. Giaciamo a lungo, immersi in un silenzio ancora più intenso ed irreale del solito, accresciuto forse dalla singolarità della situazione, connotata dal contrasto fra il caldo estivo, la residua neve e le braccia dei nostri sci piantati nell’ultima pozza bianca, tese al cielo ad implorare l’impossibile miracolo di una tormenta.

Ma la preghiera rimbalza contro un azzurro affatto intenso, rigato solo dalla traccia sfrangiata di un aviogetto e segnato appena dal roteare di due robusti corvi  stupidamente gracchianti.

Ci sfogheremo poi con ripetuti tuffi a capofitto nel catino di Vallerotonda, favoriti dalla morbidezza del manto, lì ancora abbondante. In quella magica conca il rituale e stavolta definitivo saluto alla neve: “Ave o neve immacolata, pur quest’anno t’ho sciata e poiché ne son sicuro io scierò l’anno venturo!”  E tutti giù per terra per l’ultimo abbraccio.

Rapida e più che mai breve è la successiva discesa. Quasi non riconosciamo più le amene vallette, le rotondità dei poggi, le giostre dei tornanti, una volta spogliate dalla loro tradizionale veste bianca. Ci attacchiamo allora  a particolari piccoli e curiosi, come le tracce delle gallerie scoperchiate delle talpe, talune ibride pozze verdastre di neve sciolta, acqua e fango, le gemme dei faggi pronte ad esplodere, l’attraversamento, appena percepito, di una fugace faina. 

Il Cervialto lontano, si presenta lui pure estenuato e sudante, alternando il nudo delle rocce alla neve dei canaloni

Ad Acerno l’assunzione di un  cono gelato suggella il definitivo passaggio ad una giornata di tipo estivo. Sullo sfondo il fitto passeggio di una massa resa beata dal sopraggiungere della “bella” stagione ed indifferente al nostro cruccio ed alla nostra divergente valutazione estetico-meteorologica.

Torniamo  a valle accecati dal sole e disfatti dal caldo.  Ci accoglie un fenomeno strano anche se non raro nel passaggio dall’una all’altra stagione. Si leva dal mare una fitta nebbia  e va a  riempire la costa e l’abitato. Potrebbe essere un manto pietoso, steso ad attenuare il calore e l’eccessivo soleggiamento ingrati ai nivofili, ma nella realtà è una strano sudario di fastidio e disagio.

E nella nebbia gli schiamazzi e gli strombazzi dei tifosi della Salernitana, fieri di aver spezzato le reni al Potenza.

Sic transit gloria nivis !

Francescopaolo Ferrara