11 Maggio 2008 - Cronache Picentine
Fiumi di inchiostro e fiumi di lava sul Vesuvio. Non osando cimentarsi con i primi ed avendo scansato i secondi, queste cronache domestiche non possono che limitarsi a registrare la piccola escursione caina dell’11.5.2008.
Non tanto piccola, peraltro, se si tiene conto dell’elevato numero di partecipanti (84 contati, altri aggiuntisi spontaneamente) e della grande organizzazione di Lorenzo Peluso, direttore accuratissimo che stavolta, poi, giocava in casa.
Fin dall’inizio deve dare prova di abilità e maestria pilotando il nostro ingombrante torpedone per le vie strette di Ottaviano, già affollate dai primi frequentatori della domenica mattina. Ma il cemento cede abbastanza presto il passo alla inattesa concentrazione di verde che riveste il versante di nord est del vulcano, dal quale saliamo.
Conta, posizionamento dei direttori, prova dei walkie-talke, raccomandazioni ed istruzioni alla truppa.
Facciamo tesoro dell’ombra e della frescura del bosco di essenze miste dell’inizio percorso, perché sappiamo che non durerà. Ci sorpassano, facendo rimbombare il suolo tufaceo, monumentali escursionisti a cavallo. I cagnolini che li seguono faticano a districarsi nella nostra mandria, timorosi dell’apparente ed involontaria minaccia dei nostri bastoncini da trekking.
Con la prima seria svolta verso mezzogiorno (ma sono già trascorse quasi due ore dalla partenza) ci abbagliano, in tutti sensi, i raggi del sole ed i primi squilli del golfo partenopeo, fitto sulla costa di troppi caseggiati, ma splendido e sconfinato nello spazio marino. Dopo un ampio piazzale compaiono le promesse ginestre, radicate sulle colate laviche generosamente largite dal Vulcano nel corso dei secoli. Ma non sono ancora fiorite, sicché vano e frustrato dai condizionamenti del calendario è rimasto il titolo dell’escursione: “Colori e profumi della Valle dell’Inferno”.
L’inferno però c’è tutto, sia per il calore della landa, sia per l’incombere minaccioso della mole rossastra del monte. Ci addentriamo sospesi in un angusto sentiero che si torce nell’arbusteto, quasi timorosi di perderci in un inestricabile labirinto. Affiorano ogni tanto grossi foruncoli di pietre laviche di colore violaceo, cui succedono spiazzi e radure che ci danno respiro. E’ un contesto esotico ed inusitato, ma da un balcone più aperto torniamo in casa nostra con la visuale (verso sudest) di montagne ben note, quelle sovrastanti Sarno, il Terminio, i Picentini occidentali, le colline salernitane, l’ossuta dorsale dei Lattari. Ci rituffiamo qui quindi nel fitto, contentandoci di ammirare ogni tanto pareti incombenti e le diverse e fantastiche figure che la lava ha scolpito. Una sorta di scalinata di terra e di tronchi si impenna per condurci ad un ampio stradone al cui termine finalmente sostiamo, così come da tempo reclama la maggioranza, essendo passate da un pezzo le tredici.
Ma fermarsi qui decapiterebbe l’escursione. Sia pure appesantiti dal pasto, dobbiamo riprendere il cammino, affrontandone per giunta la parte più ripida nel calore del meriggio. Si tratta di un sentiero protetto da una barriera, scavato nel cono lavico. Crocchiano i lapilli sotto gli scarponi, mentre ci prende la desolata bellezza del luogo. Attendiamo con ansia il circolo sommitale, desiderosi e timorosi al tempo stesso di penetrare con la mente e col cuore l’ ”altrove” costituito dal cratere. Massi squadrati, e pietre ritorte, preoccupanti linee di faglia, ghiaioni verticali, sfasciumi di ogni calibro, speroni pencolanti, fumarole apparentemente innocue, lo slancio della estrema punta del Nasone, tutti assieme compongono un unicum indescrivibile e terribile che ci parla del tormento e della potenza del gigante che dorme. Quasi sadicamente la guida tecnica del luogo magnifica ed esalta i disastri delle eruzioni passate e vaticina quelli prossimi venturi. Vorremmo acquisire un raggio di sole e di speranza volgendo lo sguardo ai gioielli del golfo, appena intravisti: Capri, Ischia Procida, Vivara, Nisida, Miseno, ma una vaporosa cortina di nubi ci nega questo conforto, restringendoci alla severità dei luoghi.
Ripercorriamo l’emiciclo sommitale confondendoci nella processione dei turisti (per lo più stranieri) che sono saliti da altra e più facile via. La nostra è ancora lunga e la seguiamo sgranati in lunga fila, ogni tanto preoccupati di qualche apparente disperso. Inizia a mordere la stanchezza mentre rotoliamo nel succedersi di sentieri, stradelli, arbusti, piazzali, tornanti e dei querceti finali, dove ci assaltano a tratti petulanti sciami di moscerini.
Registriamo appena lo svolgersi dei luoghi e del tempo: elaboriamo invece nell’ombra incipiente della sera forti impressioni e fantasiche immagini e, soprattutto, la consapevolezza di essere entrati anche noi nel novero degli ammirati ed attoniti pellegrini del Vesuvio.
Francescopaolo Ferrara
