22 Giugno 2008 - Cronache Picentine
Escursione ai sei valichi della Valle del Sabato
Una conca nascosta e segreta nell’universo verde Picentino; verdi e gonfie di ridondante vegetazione le quinte che la circondano; felci e sottobosco lussureggianti nel fondo del catino; su tutto ripetuti squilli di infiorescenze giallo-oro che calamitano l’attenzione e reclamano un nome. E l’esperto non si fa pregare: trattasi della “ferula communis”, diffusissima ombrellifera (o apiacea) del nostro Appennino, detta pure finocchiaccio; la somiglianza col c.d. finocchietto è infatti evidente, solo che il secondo è molto più piccolo oltre che aromatico. Le nostre ferule, invece, si innalzano imponenti e lanciano le loro vistose infiorescenze da ragguardevoli fusti alti fino a due metri.
Ma accanto agli aspetti estetici e botanici viene fuori la reminiscenza classica. Non era la ferula una sorta di bastone simbolo della dignità sacerdotale del mondo greco e latino, transitata poi nello stesso mondo cristiano? Si, lo era per la sua funzione correttiva: la verga della ferula infatti per la sua elasticità e resistenza era adattissima a sferzare i fanciulli negligenti e le greggi restie. E qui si chiude il cerchio delle conoscenze e tutto si tiene ! Nulla di più adatto della ferula per il nostro direttore di escursione Lorenzo. Certamente egli non ci ha materialmente sferzati, ma con dignità e professionalità quasi sacerdotali ci ha condotto in questa memorabile giornata nel lungo cammino dei sei valichi della Valle del Sabato. Con lui e prima di lui Michele Cirino, genius loci, non dotato di ferule ma di ferite, siccome dolorante nella regione lombo-sacrale, (chi non ha mai provato il mal di schiena scagli la prima pietra) ma comunque presente, “fedele alla parola data” e testimone di vero spirito caino.
La necessità della ferula e gli inconvenienti delle ferite si palesano fin dall’inizio. Un equivoco su uno dei luoghi dell’appuntamento iniziale ritarda la partenza, ma ben presto i nostri riprendono in mano la situazione ed i 39 escursionisti prendono ordinati la loro via, lungo la sterrata che si diparte dal deposito ANAS della statale del Terminio. Il sole è già alto, ma provvidenziali tendaggi verdi ci riparano in più punti, fino al primo Valico, Barrizzulo importante crocevia tra più valli. Le imponenti pareti dell’Accellica, fittissime di faggi ci guardano da mezzogiorno. Scendiamo ai suoi piedi sino al Varco colla Finestra, esile istmo di separazione tra il Calore (ad est) ed il Sabato (ad ovest) Ci caliamo lungo il ripido canalone che mena alla sorgente del secondo, saltellando tra sassi, foglie ed insidiosi frammenti lignei. La pendenza è notevole ed una simile discesa avrebbe meritato come meta qualcosa di più di quella sorta di cavità arruffata di spini e sterpaglie da cui sgorga modesta la prima sorgente del Sabato. Ma anche il dio Po nasce piccolo!
Il corso dell’acqua si articola e si distende piano incassato tra scarpate brune e boscose. Lo seguiamo e lo attraversiamo qua e là, inaugurando una serie di guadi che non sarà breve, ma che non offre difficoltà, scarso essendo (purtroppo) il livello dell’acqua. Tanto basso che un gruppetto di taglialegna è riuscito a penetrare in questo fondo valle coi suoi fuoristrada. Ci guardiamo sospettosi: le nostre presenze testimoniano due diverse culture. La valle piano piano si allarga e cede ad una luminosità sempre più diffusa. Nei pressi di Casa Rocco siamo fuori dalla zona fluviale e sfioriamo un’eventuale via di fuga verso zone carrozzabili. Ma nessuno se ne serve, ad onta degli avvertimenti del direttore. Proseguiamo sotto la sua ferula svoltando verso mezzogiorno ed abbeverandoci quindi ad una provvidenziale fontana. Poco dopo, il suggestivo squarcio tra due pareti di roccia che apre la vista sui primi torrioni del lato di nord-ovest dell’Accellica. La visione è intrigante e qualcuno vorrebbe avviarsi da quella parte, come per una magnetica attrazione. Bisogna invece proseguire in ambito meno solenne ma non meno suggestivo, in quella zona misteriosa che è tra le ultime propaggini dell’Accellica e la Punta di Tormine. Terra di confine ignota e indistinta, affogata nel verde ed apparentemente lontanissima da ogni usuale itinerario. E nel cuore di questa plaga si apre all’improvviso, armoniosa e selvaggia, la conca delle ferule, non tanto piccola da passare inosservata, non tanto grande da celare qualcosa di sé allo sguardo esploratore.
La contorniamo dal lato destro in alterno saliscendi, allietati dalle gialle infiorescenze, dimentichi che in fondo si tratta di vegetazione comune ed addirittura sintomo di degrado del pascolo (vale a dire che cresce dove si è pascolato troppo), dimentichi altresì della funzione afflittiva delle loro verghe.
Dopo l’ultimo dosso si apre, fra i castagni, il confortevole prato promesso e desiderato per la sosta, rigato da uno dei minuscoli rivi che affluiscono al Sabato. Ci sparpagliamo nel suo anfiteatro; la ferula segna le tredici e trenta e concede riposo sino alle 14,15. C’è tempo sufficiente per mangiare, chiacchierare, cantare, distendersi a dormire: ciascuno secondo le proprie capacità, ciascuno secondo i suoi bisogni.
Ci attende una risalita; compare qualche crampo; compare anche una approssimativa cartellonistica della Comunità Montana che dispensa nomenclature non puntuali. Si accende la discussione sull’effettiva collocazione del Varco del Pistone, talora confuso con quello dell’Arena, più vicino alla Porta di Monte Diavolo secondo i nostri esperti. Alla Porta arriviamo nei tempi stabiliti. Dopo di essa il sentiero si snoda agevole e pianeggiante e sembra che ci trasporti come un tapis roulant.
La sorpresa di un rifugio perfettamente rifinito, con doppi vetri, infissi ben verniciati e serramenti in ferro battuto, ci coglie dopo un’ultima curva. Si tratta di un vecchio casone diroccato perfettamente restaurato Naturalmente è chiuso. Fantastichiamo sulle sue possibili destinazioni. Siamo al Varco di Cerasole, volgendo le spalle al mare ed alla Valle del Picentino (su cui ci eravamo affacciati sin dalla Porta di M. Diavolo) ci caliamo nel Vallone di Cerasole, sede di un ennesimo affluente del Sabato. L’acqua scorre disordinata e regala agli scarponi abbondanti dosi di fango. Al margine le miniere di ittiolo, note ai più, ma una puntata la meritano comunque. Il vallone si allarga e si appiattisce; la nostra via si allontana dal letto torrentizio e diventa sterrata. Siamo ormai fra i castagneti coltivati e recintati e solo la vista di placide mucche e di un tenerissimo vitellino ci regala ancora qualche momento di vivacità.
Sopra le chiome più alte dei castagni spuntano le rocce sommitali del Terminio quasi chiamandoci ad ulteriori mete, ma spuntano altresì le lamiere del nostro autobus per annunciarci l’irrimediabile fine della giornata.
Il nostro sacerdote ci renderà edotti che abbiamo percorso 16,900 km; che il dislivello in salita è stato (solo) di 398 mt.; di mt. 817 in discesa; che abbiamo camminato per h. 7,08 e sostato per 45 minuti.
Questo il portatore di ferula; il portatore di ferite testimonia invece di averle ben sopportate.
Ringraziamo sinceramente entrambi e riconosciamo a nostra volta che – per coloro che amano veramente la montagna – non c’è bisogno di ferule e le ferite non costituiscono ostacolo.
Francescopaolo Ferrara
