27 Luglio 2008 - Cronache Picentine
Escursione alla Punta di Tormine – Picentini Occidentali
Cima, vetta, pizzo, punta, sono tanti i nomi che possono indicare la sommità di una montagna. Quello di punta, però, è indubbiamente suggestivo, siccome indicativo di qualcosa di aereo, trafiggente e sottile, puntato contro il cielo. “O monti che levate alte le cime, nell’ansia eterna di ferir l’azzurro” così suona un verso ottocentesco di cui non ricordo l’autore.
Quando poi al termine di punta si associa quello di Tormine, la suggestione cresce. E non inganni il gioco di parole termine-tormine, fin troppo facile e banale. No, la mente corre altrove. Piuttosto che evocare la fine il confine, la delimitazione e simili, la fantasia dell’alpinista ( sia pure della sottospecie escursionistica) corre altrove. Si abbandona ad evocare tormente, anzi turbini di venti, lampi, tuoni e saette, furie degli elementi su di una cima ardita e isolata che ha osato sfidare e ferire il cielo. Il toponimo, poi, ricorre anche altrove: Dugal di Tormine, in loc. Tarmassia, prov. di Verona, con riferimento ad un turbinoso canale che regimenta il fiume Menago; in Estonia addirittura, se mal non ho interpretato le onniscienti informazioni di Google, redatte peraltro nella lingua di quel Paese od in altra simile.
Tutto questo per una cimetta di 1154 metri, situata appena a monte di Giffoni Vallepiana? Ebbene si: mai come in questo caso “liceat parva componere magnis” (sia consentito accostare le cose piccole a quelle grandi)
Cerchiamo di capire il perché di questa licenza sfidando il caldo di luglio, per giunta guarnito di afa e foschia e con una previsione di pioggia. Quest’ultima, in fondo la invochiamo, per il sollievo del suolo e delle piante, anche se speriamo che tardi il più possibile. L’inizio, per la numerosa compagnia, è comunque reso piacevole da un sopraggiunto venticello e dalla comodità del sentiero, debitamente ombreggiato. Siamo nella zona delle Miniere (di ittiolo) di Giffoni, nei Picentini sud-occidentali. La via risulta inopportunamente ampliata per un’opera di “valorizzazione” del sito, ma ci consoliamo del guasto ambientale proiettando lo sguardo sulla valle. E’ ancora verdissima, ad onta dell’estate inoltrata. Spunta appena qua e là il rosso di qualche tetto di Giffoni e delle sue frazioni, ma già non vedi più il mare e la periferia salernitana. Ripetuti e profondi sono i valloni che la solcano: Pagliariello, Sauco, Rio Secco….. Sopra il Varco di Cerasole o “del Patanaro” si erge deciso il Monte Pizzautolo; lo tralasciamo però, attratti dallo slancio della Punta di Tormine. Cessata la zona manomessa, il sentiero riprende le sue antiche dimensioni ed il suo fascino discreto, un fascino tale che Laura, novella Loreley, si affaccia da una rupe e lascia cadere il suo zaino in un precipizio verde e senza fondo. Luigi Monetti e Aldo Tisi, caini senza macchia e senza paura, provvederanno ad un miracoloso quanto periglioso recupero.
Cessata la suspence, affrontiamo quasi volentieri le spine ed i tronchi abbattuti che ogni tanto ingombrano la via e superiamo quindi la “Porta di Monte Diavolo”, valico dal nome intrigante che separa la Valle del Picentino da quella del Sabato. Proseguiamo verso est cercando invano di scorgere al nostra punta nel fitto della vegetazione; occorre invece prendere decisamente a sud e risalire una pendice boscosa che dopo un po’ si apre su di un poggio prativo aperto sulla valle. Lo riconosciamo e lasciando a destra davanti a noi il percorso verdissimo che porta ai monti Licinici; affrontiamo, svoltando ancora a sinistra, quella che pensiamo essere la salita finale. Ma finale non è: il cammino è ancora abbastanza lungo e reso difficoltoso da faggi contorti e lecci scabrosi che rendono difficile il passaggio; le tracce di sentiero d’altronde si fanno via via più esigue, affogate come sono da una robusta ed insidiosa falasca. Ci si arrangia come si può: chi segue la dorsale, chi ne aggira i pungenti spuntoni di roccia inseguendo tracce laterali. Per quanto piccola sia questa montagna, presenta essa pure l’irrisione delle varie anticime, fatte apposta per deludere il frettoloso viandante. Sappiamo, anzi, che le cime sono due, la prima di 1129 m. e la seconda, più ad est, di 1154. Pensiamo di attingerle entrambe, ma le rade tracce di sentiero ci fanno scendere, senza che ce ne accorgiamo, nel valico fra i due cocuzzoli. Ci troviamo sotto il secondo, tesi all’ ultimo strappo ed a fare inevitabile uso delle mani, peraltro impacciate dai bastoncini, scomodi in questa occasione. Quando finalmente si emerge, la Punta mantiene le sue promesse. Non c’è altro che verde, non c’è altro che la maestà di altre cime, incombenti ma non opprimenti, messe lì solo per gratificarti e farti sentire pienamente immerso in un ambiente diverso e tutto tuo. Tutto tuo perché riconosci come amici e fratelli la possente mole del Terminio, verde nel Collelongo, loricata di rocce nella parte occidentale; le braccia aperte dell’Accellica con il Ninno appuntito nel suo seno, l’inseguirsi delle dorsali minori e tante volte cavalcate delle Serre del Lacerone e del Caprio, la doppia cupola della Serralonga, l’armonioso varco della Finestra che si erge a chiudere a oriente la Valle del Sabato con lo sua distesa infinita di castagneti, dai quali sfiocca un romantico fil di fumo. Non meno fitta di verde è la Valle del Picentino, nella quale puoi distinguere le gobbe della Serra Colle del Ferro e gli zoccoli calcarei che sostengono i Piani di Giffoni con il prezioso scrigno della Grotta dello Scalandrone.
Ma l’universo Picentino non è esclusivo e geloso. Al di là di esso puoi ancora vedere gli Alburni, ben distinguendo Nuda e Panormo e puoi indovinare nella foschia Cervati, Mercure e Gelbison
Sostiamo a lungo sul prato sommitale insensibili al fuoco lento ma inesorabile del sole.
Ci stacchiamo dalla vetta a fatica per rotolare giù in ordine sparso tra scivolose falasche e provvidenziali alberelli di sostegno. Sordo ai richiami del paziente direttore di gita (Michele Cirino) un gruppetto si avventura fino ad un insormontabile roccione ed è costretto a tornare indietro.
Si distende e si articola, finalmente, un sentiero degno di questo nome; dopo di esso il prato dove già all’andata avevamo deciso di riposare. La sosta è lunga e remunerativa: si scambiano cibi e dolciumi, si canta, si raccoglie origano, soprattutto si festeggiano le rentrèes di Paulette e di Aldo.
Non ci preoccuperanno poi, le prime gocce di pioggia, poiché sembrano rare e sopraggiunte verso la fine del sentiero. Ma all’improvviso, un vento deciso e robusto ci regala un genuino temporale, con il prescritto repertorio di scrosci, grandine e lauti ruscelli solcanti il cammino.
Si salvi chi può! Ma corriamo alle auto più per consuetudine che per effettivo desiderio di riparo, guazzando e richiamandoci come anitre felici, euforici per questa sorta di trasgressione, pronti a godere questo ennesimo dono della natura.
Francescopaolo Ferrara
n.b. I lettori più attenti (ma dubito che ce ne siano) si saranno accorti che questa cronaca costituisce il “remake” di una precedente, risalente all’ottobre 2007. Ci è sembrato però opportuno riproporla ed aggiornarla di persone, circostanze ed eventi, tanto più che la prima riguardava un’escursione pressoché solitaria.
